martedì 27 gennaio 2015

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Cultura

Saggi, recensioni e documenti, con sezioni tematiche dedicate alla storia, al cinema e alla musica

Auschwitz
Il 27 gennaio si commemora in tutto il mondo la Giornata della Memoria, grazie a una risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, la numero 60/7, votata il 1º novembre 2005, preceduta da una discussione plenaria, tenutasi il 24 gennaio proprio in occasione del sessantesimo anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, momento in cui si determinò la fine dello sterminio nazista e del terribile Olocausto. Il 27 gennaio 1945 il campo di concentramento di Auschwitz veniva liberato dall’esercito dell’Armata Rossa mentre si dirigeva verso Berlino per liberare la città: le truppe sovietiche entrarono nel campo e scoprirono le nefandezze e i crimini che i nazisti avevano compiuto nei riguardi di ebrei, di nomadi, di omosessuali, di donne, di bambini, di disabili, di oppositori politici, liberando coloro che erano sopravvissuti.
A Torino in occasione della ricorrenza, il settantesimo anniversario, varie organizzazioni antifasciste e democratiche hanno organizzato un convegno presso l’Auditorium della scuola media Don Milani di Corso Papa Giovanni XXIII, 54, a Venaria Reale (TO): alle ore 21 si terrà un incontro dal titolo “Le vittime dimenticate dell’Olocausto”. L’appuntamento vedrà un confronto tra esponenti interessanti delle diverse associazioni coinvolte: dall’ANPI di Venaria all’ANED di Torino, da Arcigay di Torino all’associazione Non solo Rom. Diversi relatori, pertanto, interverranno nel solco della memoria, affrontando anche, e soprattutto, il ricordo di quelle vittime delle violenze e delle persecuzioni nazifasciste che, come le popolazioni Rom e Sinti, gli omosessuali, le persone transgender, le donne considerate asociali solo perché si opponevano a un modello maschilista precostituito e diversi oppositori politici, sono state soggette a discriminazioni e a persecuzioni, finalizzate a un loro totale annientamento fisico dalla società. Ricordiamo come gli omosessuali nell’Italia fascista fossero state vittime, pur essendo assente una norma penale che considerasse questo orientamento come reato, di angherie, di violenze, di emarginazione, di derisione e di quei provvedimenti che li mandavano al confino, soprattutto alle Isole Termiti: molti di loro morivano di stenti e di patimenti, privi di sostegno sufficiente per permettere loro la minima sopravvivenza, nell’impossibilita’ totale di trovarsi un impiego nel luogo di confino. Le vittime omosessuali di tale persecuzione risultavano, se riuscivano a sopravvivere, due volte vittime: la prima durante il confino, vivendo nella precarietà esistenziale e nell’indigenza, la seconda al proprio rientro a casa, costrette a vivere il resto dei propri giorni nel totale silenzio, nell’anonimato, nella cancellazione della propria esistenza, ai margini di una società poco tollerante e nella conseguente impossibilità di riportare come testimoni sopravvissuti la memoria di quanto drammaticamente vissuto sulla propria pelle.
A parlare di queste esperienze per non dimenticare quanto accaduto nel nostro continente, e nel nostro Paese, pochi decenni fa saranno Annibale Pitta dell’Anpi di Venaria, Lucio Monaco dell’Aned, associazione nazionale ex deportati, Voljslav Stojanovic dell’associazione Non solo rom, Giorgio ghibaudo, di Arcigay Torino: il tutto vedrà l’accompagnamento della voce narrante di Adriano Pellegrin, e del suono delle stupende note musicali che proverranno dall’esecuzione al violino del Maestro Marco Casazza.

SEGNI INDELEBILI – il Cassero ricorda l'omocausto invitando alla costruzione di un immaginario condiviso

In occasione della giornata della memoria, il Cassero di Bologna ricorda lo sterminio di gay e lesbiche nei lager nazisti continuando il percorso sull’immaginario legato all’omocausto iniziato lo scorso anno: dopo la mostra Rosa Cenere, collettiva di illustratori e illustratrici chiamati a lavorare sul simbolo del triangolo rosa prendendo spunto dalle esperienze di 11 persone gay e lesbiche deportate, quest’anno il Cassero si impegna nella realizzazione di una pubblicazione dal titolo «Segni Indelebili», nata dall’incontro del racconto breve di Paolo Capponi “Atto Terzo” con l’illustratrice Emilia Petri.

Segni Indelebili verrà stampato e donato alle oltre 250 biblioteche comunali, provinciali e scolastiche del territorio bolognese: come ricorda Valeria Roberti, attivista del circolo, “un passo importante nella costruzione della memoria collettiva e di un immaginario condiviso dell’omocausto”. Il progetto è stato altrettanto collettivamente sostenuto attraverso una campagna di crowdfunding sulla piattaforma bolognese Idea Ginger: sarà possibile aderirvi con donazioni online fino al 27 gennaio, data in cui Segni Indelebili sarà presentato al Cassero (ore 21) in un incontro pubblico alla presenza dell’autore e dell’illustratrice. Nella stessa occasione, verrà inaugurata la mostra con tutte le tavole illustrate raccolte dal contest precedentemente organizzato per la selezione della copertina della pubblicazione.

alessio poeta intervista

Esce «Che te ne fai di un cielo senza stelle» di Alessio Poeta: romanzo avvincente, che vede una strutturazione basata su un gioco di metafore, da cui nasce il titolo, figlio letterario di un’epoca fatta di nuove tecnologie e di social network. cambiano lignuaggi e introspettiva descrizione degli aspetti psicologici dei personaggi. Romanzo autobiografico? Alessio ci parla di una scrittura avvenuta in un momento difficile della sua vita e come Valerio, il protagonista del romanzo, sia stata la figura attraverso cui l’autore è riuscito a fare «esorcizzare» le sue paure e le sue insicurezze, uscendone «vincitore». Abbiamo intervistato Alessio.

Alessio Poeta: il tuo primo romanzo gay è uscito lo scorso 28 novembre. Che cosa ha significato lavorare a un testo a tematica, il lavoro di scrittura?

In verità non ho scritto il romanzo pensando ad una tematica ben precisa. Ho scritto, in un momento poco felice della mia vita, la storia di un ragazzo che aveva scoperto, grazie ai tanto amati social, il tradimento che avveniva quotidianamente dentro la casa che aveva comprato con il suo compagno. Forse il vero tema del libro è la “rinascita”. Spesso la fine di un amore si associa ad un lutto e questo libro può essere un ottimo elemento di distrazione.

Il titolo:«Che te ne fai di un cielo senza stelle». Quale è il rapporto con la storia narrata e quali le connessioni che si creano, il motivo della scelta del titolo?

che te ne fai di un cielo senza stelleIl titolo è nato così per caso, mentre scrivevo i dialoghi tra i protagonisti del romanzo. Ovviamente, è una metafora. Che te ne fai di un amore se poi è sbiadito? Che te ne fai di un amore se poi è spento? Valerio, il protagonista del romanzo, ha scelto di non accontentarsi più.

L’idea del libro da dove è venuta, come è nata?

Era finita da pochissimo la mia storia. Dovevo partire in vacanza ma oramai avevo perso tutto, biglietti aerei inclusi. Sono rimasto a Roma, da solo, con un caldo micidiale e con tanto tempo da perdere. Era da tempo che volevo misurarmi con un romanzo e se non fosse stata per quell’occasione chissà quando l’avrei fatto.

Parliamo del protagonista, Valerio Falabella: come è avvenuta la definizione del personaggio, il suo aspetto caratteriale, la costruzione del personaggio stesso?

Valerio ha molto di me. A lui ho fatto esorcizzare tutte le mie paure e le mie insicurezze. E ti dirò: ne è uscito vincitore.

Le nuove tecnologie, i network, la rete: come cambia il rapporto tra narrativa, intreccio e storia nella letteratura conte,portanza in cui non si può prescindere, sociologicamente e nel linguaggio, dall’esistenza di questi luoghi virtuali di incontro e di conoscenza?

I social, all’interno del romanzo, sono sempre presenti. Siamo tutti vittime della terza spunta di WhatsApp ed è proprio vero che oramai in amore non vince  più chi fugge, ma chi resta online e non risponde. Nel libro ci si confronta su Grindr, su Badoo, su Facebook e sul significato dei “poke” che, ad oggi, nessuno ancora ha capito a cosa servono.

Il romanzo ha un lato autobiografico, o il reale e la vita sono presi come elementi basilari di definizione del libro e del suo contenuto?

Al protagonista ho regalato, per certi versi, la vita che vorrei. Abbiamo in comune giusto la fase di partenza che non è il tradimento, ma la fine di una convivenza. Di autobiografico c’è ben poco. Le biografie lasciamole alle varie Ripa di Meana.

Possiamo parlare di un romanzo di formazione?

Oddio non sono così presuntuoso da pensare  di aver scritto un romanzo di formazione. Se per la Mazzucco a Roma è stata fatta una protesta per il mio potrebbe venire giù l’Italia intera.

Stai lavorando ad altri testi magari a tematica Lgbt?

Al momento no. Ho tante idee ma vediamo prima come va questo. Se mi ha letto solo mia madre, la mia vicina e il mio ex che senso ha continuare? (ride, ndr)

Cosa dobbiamo aspettarci dall’evoluzione della storia e del protagonista che vive all’interno di essa?

Valerio, dopo la fine della sua storia d’amore, rimette in discussione tutto: Roma, amici e anche il lavoro.  Nella nuova città si confronta con il mondo della tv, della politica, della prostituzione e con una coinquilina molto particolare. E’ un libro veloce e leggero dove è davvero facile immedesimarsi nei vari protagonisti.

#siamotuttigay

Al Todi Festival 2013 #SIAMOTUTTIGAY, commedia scritta e diretta da Lucilla Lupaioli e ideata da Marco Marciani, ha registrato un ottimo successo e ritorno di pubblico: il 22 gennaio debutta al Teatro Ambra Garbatella di Roma.

Grotowsky e il suo teatro del paradosso può essere un riferimento fondamentale storico per una commedia che parte dagli equivoci per, poi, proseguire a costruire una narrazione contrastante, una storia di intrecci che si formano su colpi di scena, inattese evoluzioni della trama, rivelazioni improvvise, inaspettate azioni che sono generate da fraintendimenti, con una gestione registica che si basa su interruzioni, contrasti, silenzi e momenti di sospensione. L’impianto recitativo, attoriale e autorale risulta, così, di grande impatto e di forte incisività.

Inoltriamoci nella trama: Maggie e Tessy, interpretati rispettivamente da un ottimo ed esilarante Alessandro Di Marco en travesti e da Michela Fabrizi, sono le componenti di una coppia lesbica e hanno tra le proprie mura domestiche dei figli eterosessuali. Tessy è l’ufficio stampa di Maggie, quest’ultima celeberrima attrice di teatro, in un rapporto umano intenso, di forte affettività e di grande sintonia, anche nel mondo professionale.  Maggie e Tessy hanno due figli eterosessuali, Willy, impersonato da Antonio De Stefano, e Sheila, in scena Giulia Paoletti, che si appoggeranno, per consigli e aiuti, a Max, Claudio Renzetti nel cast, macchinista che lavora insieme alla coppia lesbica e amante non rivelato di Sheila, nonché a Lucy, in scena Martina Montini, di fatto fidanzata velata di Willy, per poter fare il grande passo, ossia il coming out, l’uscita epica dall’armadio, in famiglia. Il momento fatale e centrale di questo importante passaggio avverrà nel camerino di Maggie, spazio e luogo fisico che accoglierà una pantomima da connotati che si ripercuotono in una scena caratterizzata da peripezie, dal tono anche parossistico ed esilarante, quasi inverosimile. Colpi di scena, ribaltamento della realtà, cinico gioco ironico delle situazioni, equivoci e contrasti, destrutturazione di stereotipi e di luoghi comuni ci accompagneranno in uno spettacolo frizzante, dal ritmo intenso e di grande vivacità, utile a mettere in discussione e a fare riflettere sul ruolo tradizionale, conservatore e fortemente opprimente, definito su schemi eterodiretti, della famiglia, contro il quale più volte, eterosessuali e omosessuali, si sono ribellati nella loro crescita formativa personale.

antonio schiena

Ritornano gli aperitivi letterari di Rain, associazione lgbt caseratana, con il terzo appuntamento per la rassegna «LIBERI: che cosa possono le parole?», rassegna riconosciuta come iniziativa istituzionale attraverso il patrocinio della Provincia di Caserta, curata da Vincenzo Restivo e da Giovanna Spatrisano e che riscontra ottimo successo in termini di pubblico e di partecipazione.

Temi importanti e di interesse sociale si affrontano attraverso letture e la narrativa contemporanea di autrici e autori lgbt che vivono il presente e che offrono un punto di vista altro nel panorama della letteratura, coinvolgendo in primo piano questioni che riguardano una comunità. Il giovanissimo autore Antonio Schiena presenterà il 30 Gennaio 2015 «Un gioco da ragazzi», Watson editore, presso il suggestivo Antico Cortile Ristorante di Caserta, dalle ore 16,00 alle ore 19,00.

Si toccheranno, così, argomenti riguardanti le attese e le frustrazioni della nuova generazione, la violenza giovanile, la questione della soppressione e del non riconoscimento dell’identità di genere come fonte di perdita di fiducia in se stessi e la vulnerabilità psicologica e culturale a cui si e sottoposti inevitabilmente.

Antonio è alle prese con la presentazione del suo secondo romanzo, vedendolo già ottimo scrittore, sia nell’impianto narrativo sia nell’intreccio, sia nella capacita di scandagliare la realtà sotto diversi aspetti, dal sapore verosimile, una puntuale introspezione psicologica dei personaggi tali da renderli credibili, ed è già autore de L’Ultimo Requiem. Il social network è un altro canale con il quale Antonio interagisce attraverso la pagina facebook: Roba da scrittori, luogo e punto di incontro con altri scrittori, di discussione sulla situazione editoriale italiana e sulle prospettive della letteratura, quella giovanile e scritta da autori esordienti.

Diamo uno sguardo breve alla trama dell’interessante e avvincente, nonché complesso, romanzo. Il protagonista è un giovane studente che, alle soglie della maturità, decide di evadere dal contesto provinciale e ristretto in cui è inserito per, poi, trasferirsi in una grande metropoli, Roma, in cerca di quello che ha sempre voluto e desiderato: cambiare vita, essere autodeterminato e indipendente e, infine, cercare quelle occasioni e opportunità di crescita, lui giovane dal forte senso cinico e da una carica caratteriale fatta di ambizione. Un suo vecchio amico lo aiuterà ad affrontare questi passaggi, persona di cui il protagonista si fida e con cui inizierà a intrattenere un forte rapporto di amicizia e un legame tale da diventar un gioco relazionale che, forse, avrà un risvolto inatteso, la cui durata sarà difficile da comprendere.

fabrizio falco

Fabrizio Falco è John, il protagonista in Cock, anteprima alla rassegna Illecite Visioni, terza edizione, regia di Silvio Peroni, messo in scena al Teatro Filodrammatici di Milano. Lo abbiamo intervistato, parlando non solo della funzione del teatro oggi, ma anche del personaggio, la cui complessità e la cui caratteristica sono rivolte alla lettura di una propria continua ricerca di un’identità: lato, questo, come anticiperà Fabrizio, che riguarda non solo l’attore stesso che impersona John, ma tutti noi.

Fabrizio qual è la tua formazione? Quali lavori ti attendono?

Ho cominciato a fare teatro durante il periodo del liceo a Palermo, sono siciliano. Durante il liceo ho lavorato con il regista Maurizio Spicuzza. Con lui ho iniziato a fare spettacoli con l’idea di andare fuori a studiare. Ho fatto dei provini per entrare all’Accademia Silvio D’Amico e al Teatro Stabile di Genova. Sono riuscito a passarli, potendo, cosi a entrare in tutte le due scuole, ma ho deciso di rimanere a Roma. Durante il periodo dell’accademia ho avuto la fortuna di conoscere Ronconi e Carlo Cecchi. Dopo la scuola durata due anni ho fatto una tournée  con Cecchi. Parallelamente durante l’estate andavo a Santa Cristina in Umbria dove Luca Ronconi tiene seminari di approfondimento di storie e di letture. Ho fatto, così, “I sei personaggi”, regia di Luca Ronconi. Dopo questa esperienza Ronconi mi ha ancora chiamato diverse volte, realizzando “Il panico” di Spreghelburd, mentre ora sto per fare “Lemann trilogy”. In mezzo a tutto questo ho avuto esperienze cinematografiche venute per caso: da “E’ stato il figlio” di Cipri a “La bella addormentata” di Bellocchio. Tutti e due i lavori hanno visto Toni Servillo come protagonista, un incontro fondamentale per me, umano oltre che professionale. Questi due film sono stato in concorso a Venezia e hanno ricevuto entrambi il premio Mastroianni. Ho fatto, cosi, esperienze con personaggi importanti e sono orgoglioso delle cose che ho avuto la fortuna di fare. Ora ho iniziato un percorso personale, iniziando una mia regia di uno spettacolo che riprende tre novelle di Pirandello, Partitura P, senza adattamento. Lo spettacolo ha debuttato al Teatro Stabile di Palermo. Quest’anno faremo un mese di tournée a Torino, Firenze, Benevento e Roma. Mi piacerebbe non fare solo monologhi: fare teatro di gruppo mi piace: c’è chi mi ha dato una mano in un lavoro di squadra in questo spettacolo.

Piacerebbe lavorare con altri attori nell’ottica di partecipazione. Vorrei mettermi alla prova al più presto in questo.

Il personaggio, John: come è stato lavorare su di esso e quanto di lui c’è in te?

Diciamo che il lavoro con Silvio Peroni è stato bellissimo, un approfondimento difficile da raggiungere. Un attore ha una propria capacità e trova, spesso, un compromesso con il regista per vedere dove riesce ad arrivare. Qui siamo andati più avanti e cioè, personalmente, sento che Silvio Peroni ci abbia spinto in un baratro senza rete, cercando di farci fare qualcosa che non viene comodo fare. John e’ un reagente a seconda dei personaggi che si trova davanti e quello che loro gli mostrano di lui lo prende come una sua identità. Inevitabilmente John viene descritto, così, dagli altri e viene costruito percependolo come lo vedono gli altri: infatti di volta in volta John ascolta ciò che gli altri dicono di lui,  anziché partire da una sua idea specifica di personaggio. Lui dice che è una persona diversa in base a chi ha davanti. Di me ci sono certamente delle corrispondenze fisiche, John viene esplicitamente descritto in scena per esempio quando lei gli dice: “sei magro da fare paura”, oppure “sembri un disegno a matita, dove qualcuno si è dimenticato di colorare alcuni spazi”. In alcune battute sono perfettamente in asse con il personaggio: quando ero bambino anch’io facevo imitazioni, e le faccio da sempre. Mi fa ridere che questo lato faccia parte di me. Man mano che fai le interpretazioni inevitabilmente avverti uno sfasamento su dove partire per farle. Sulla ricerca di identità cosa dire? Questo lato riguarda sia me sia tutti, dato che spesso ci domandiamo chi siamo. Sicuramente mi pongo questa domanda e questo mi appartiene. Il bello del lavoro sul personaggio è stato colmare le cose che non ti appartengono: per esempio, a differenza di John, sono un soggetto deciso, con idee chiare e obiettivi chiari, facendomi domande ma riuscendomi a dare delle risposte e andare verso la direzione decisa. Il personaggio, nel suo insieme, risulta tenero e insopportabile, e questa è un’interessante contraddizione.

Teatro e l’identità, la ricerca dell’identità, l’omosessualità: quali rapporti sociali e culturali?

Interessante il rapporto che si può instaurare in quanto quale migliore posto per parlare di identità se non il teatro, fatto di maschere, personaggi, ruoli sociali. Ci sono testi straordinari che parlano di questo. Un tentativo di teatro come punto fondamentale è il teatro come spazio di riflessione condivisa, dove il pubblico che viene si possa porre domande sulla vita, sull’esistenza. Il teatro avrebbe questa funzione, ma spesso si vede in teatro mostrare vanità, narcisismo, perdendo, così, le basi del teatro. Noi cerchiamo di fare teatro in una certa direzione, cercando di perseguirla e facendo venire gente per vederlo con quella determinata finalità. Il teatro è strumento di democrazia dove tutti siamo presenti. Ora ci sono i social network che hanno una determinata funzione, ma non sono vivi e reali, non sono concreti come il teatro. Il teatro spesso è percepito come distante. Un teatro di evasione totale e fine a se stessa risulta inutile perché non è quella la sua funzione: occorre una certa intelligenza altrimenti non ha più senso. Nello spettacolo si ride, ci sono più strati di lettura di un testo e tutti questi strati ci devono essere. Non siamo più abituati a un rapporto concreto. Siamo abituati a essere in salotto. Molti, addirittura, ti parlano dal pubblico, perché  abituati a vedere le cose dal loro salotto, nella passività da tubo catodico. In teatro, invece, lavoro con l’umanità. Il teatro ha degli attori che fanno e sono responsabili di quello che fanno, in un rapporto corpo a corpo con lo spettatore.

MargotSikabonyi

Margot Sikabonyi in Cock, regia di Silvio Peroni e anteprima in programma quest’anno a Illecite Visioni, terza edizione, presso il Teatro Filodrammatici di Milano, impersona la donna, il personaggio senza nome che incontrerà John, con cui inizierà ad avere una relazione, nelle difficoltà e nelle complicazioni che da questa storia nasceranno causa la ricerca continua di identità del protagonista. Abbiamo intervistato l’autrice, affrontando il tema del teatro nella sua visione oggi, nella sua funzione culturale e, soprattutto, come luogo in cui i temi del vivere quotidiano vengono affrontati, ciascuno di noi riconoscendoci un po’ nelle rappresentazioni che vengono messe in scena.

Margot, parliamo della tua formazione?

Io ho fatto la Scuola di recitazione di teatro a Parigi “Cour Simon”. Ho seguito vari seminari sul metodo. Ho seguito una scuola di cinema a Vancouve in Canada.

Il Personaggio: come hai lavorato sopra e quanto di te c’è in esso?

Molto lavoro viene grazie al testo che ti mostra la strada. C’è un lavoro di ascolto da fare fondamentalmente, cercando di capire che tipo di personaggio fosse e trovando di definire il suo carattere.

Quanto di me c’è in esso?

Abbastanza penso: esiste un certo senso di maternità, di tranquillità, di calma, è una donna che non ama fare giochetti, ma risulta essere onesta, schietta e non è falsa.

Teatro identità, ricerca di identità, omosessualità: quali rapporti sociali e culturali?

Penso che a teatro la cosa bella sia quella di avere libertà di parlare di tutto. In teatro si parla di cose che sono comuni, normali per tutti, come l’omosessualità e la ricerca di identità. La gente viene e si ritrova nelle storie, riuscendo a trovare in esse un pezzo di se.

Tuoi lavori prossimi?

Adesso direi che io abbia voglia di prendere un attimo, una pausa, di riflessione.

CIG arcigay milano

Non è possibile capire appieno l’importanza di un semplice “Ciao” e di un sorriso, se non quando, un giorno, ci viene negato; oppure quando, un bel giorno, ci viene concesso così, di colpo, senza che ne abbiamo mai goduto prima. Allora ci rendiamo conto della distanza fra la persona e la realtà insopportabile. Immaginate di entrare in una stanza affollata e che nessuno vi saluti. Immaginate di telefonare a una persona che risponde con un “Pronto!” scorbutico. Immaginate, ora, di scoprire perché questo succede, e che il motivo siano i vostri capelli neri (o biondi, o rossi), oppure i vostri occhiali, o il vostro nasone, o… il vostro orientamento sessuale.

Ci vuole coraggio!, commenta a volte qualcuno, e sarebbe esatto, se non fosse che il vero coraggio è un altro.

«Aver cuore» (cor habeo) è sinonimo di fortezza, una delle quattro “virtù cardinali” che dovrebbe assicurare “la fermezza e la costanza nella ricerca del bene”.
Quanti di noi, da piccoli, si son sentiti dire dai genitori o dalla maestra “Forza e coraggio, giovanotto!”, quando non avevamo voglia di fare i compiti, se al mattino non volevamo alzarci per andare a scuola, se non volevamo prendere la bici per paura di cadere… se non volevamo andare a giocare in cortile perché gli altri bambini ci chiamavano “femminuccia” o “maschiaccio”. Ed ecco che molti se lo ripetono ancora oggi, quando non dovrebbe essercene più bisogno. Eppure, ci sono frangenti in cui questo “in-coraggiamento” effettivamente ci manca.

Alessandro Manzoni scrisse a proposito di Don Abbondio che “il coraggio uno non se lo può dare”, come a intendere che il coraggio ci viene dato, così come la paura viene “messa addosso” dagli altri. Fatto sta che il coraggio è necessario per remare contro corrente, per dire chi siamo e cosa ci piace, per fare quello che ci piace. Ci vuol coraggio a non lasciarsi andare, ma anche a lasciarsi andare – a seconda delle situazioni. E sapete una cosa? A volte un “Ciao” può ridare coraggio, che sia detto al telefono o di persona. Può riconciliarci con la realtà esterna.

È anche questo ciò che offrono i servizi dell’Accoglienza e Telefono Amico del CIG Arcigay Milano (ONLUS) con l’ausilio della Chat e dell’E-mail amiche. Accolgono, ascoltano e danno pari dignità alle persone, insieme a informazioni sull’associazione, o su tematiche LGBT.

Presso la sede del CIG, tutte le domeniche (in via Bezzecca, 3 a Milano ogni domenica dalle 15:30 alle 19:30) c’è un volontario pronto a darvi sostegno. Non servono appuntamenti, e le porte della sede sono aperte anche a chi ha voglia di trascorrere un semplice pomeriggio in compagnia, per confrontarsi, condividere le proprie esperienze con altre persone LGBT, sorseggiando un caffè al mini-bar o divertendosi con i giochi da tavolo che la sezione mette a disposizione, sempre e comunque nel pieno rispetto reciproco. Così come, chi ci chiama allo 02.54122227 , dal lunedì al venerdi dalle 20.00 alle 23.00, trova un operatore pronto a offrire un ambiente ideale, libero e accogliente, che aiuta a esprimere i propri bisogni, sentimenti e desideri e a raggiungere una maggiore consapevolezza.

“Ciao” a volte esprime empatia e offre una soluzione.

Alle spalle, un’esperienza trentennale al servizio della popolazione gaylesbica che quest’anno è valsa al CIG l’Ambrogino d’oro.

Un team di volontari che hanno seguito uno specifico corso di formazione, svolto con cadenza biennale e la guida di formatori qualificati.

Tutto per un “Ciao” da urlare in coro.

R.F.

telefono amico gay

Il Telefono Amico Gay operante all’interno del CIG è una realtà che può ormai vantare anni di esperienza, essendo entrato in funzione con le caratteristiche attuali fin dal 1992 come evoluzione di un precedente servizio di semplice informazione telefonica.
Si tratta di un servizio offerto alla popolazione gay-lesbica e transessuale, dotato di una propria struttura e di una precisa fisionomia, che concorre con i propri modi e mezzi a realizzare gli obiettivi statutari del CIG: in particolare l’accettazione, lo sviluppo e l’integrazione sociale dell’identità omosessuale, la promozione del benessere psico-fisico e della salute della persona omosessuale, il sollievo alle situazioni di emarginazione e di crisi individuale.
Il servizio è attivo nelle ore serali per quattro giorni alla settimana ed è fornito gratuitamente da volontari soci del CIG. Prima di poter svolgere l’attività di operatore telefonico, i volontari devono superare un corso di formazione, in modo che sia garantita una comune base di conoscenze teoriche e pratiche e un approccio coerente nei confronti degli utenti.

Gli obiettivi del servizio sono perseguiti attraverso due strumenti principali: l’informazione e l’aiuto.
L’informazione riguarda sia tutti gli aspetti legati all’omosessualità (identità sessuale e di genere; aspetti relazionali, sociali, sessuali, sanitari; opportunità presenti sul territorio per socializzare o rispondere a particolari esigenze; attività del CIG) sia la prevenzione dell’AIDS, attraverso una corretta informazione su sesso sicuro e comportamenti a rischio, contagio, malattia, diagnosi (test e periodo finestra).
L’aiuto si concretizza soprattutto nell’ascolto e nel counselling.
L’approccio degli operatori alla relazione d’aiuto è fondato sulla psicologia umanistica di Carl Rogers. Coerentemente con questo riferimento teorico, si vuole offrire all’utente un ambiente accogliente, libero e genuino in cui poter esprimere i propri bisogni, sentimenti, desideri e difficoltà e sentirsi prima di tutto ascoltati, capiti e supportati dal punto di vista emotivo.
L’operatore facilita l’espressione del mondo cognitivo ed emotivo dell’utente e favorisce la sua autocomprensione e autoconsapevolezza, portandolo alla risignificazione delle proprie esperienze e all’integrazione della propria storia; gli strumenti principali sono riformulazioni, chiarificazioni e sostegno emotivo, mentre si evitano atteggiamenti di giudizio, interpretazione, direttività od offerta di soluzioni preconfezionate.
L’obiettivo è quello di valorizzare le risorse individuali e permettere l’autodeterminazione della persona, ossia abilitarla a trovare dentro di sé le risorse per superare i momenti di disagio e di crisi e a innescare i propri meccanismi di crescita individuale, compiendo scelte autonome e accettando la responsabilità del propri comportamenti.
L’atteggiamento degli operatori, in un’ottica di attenzione sulla persona e sul suo mondo interiore più che sui fatti oggettivi, si ispira ai seguenti princìpi: autenticità e congruenza, come presupposto alla nascita di un clima di fiducia; empatia, cioè capacità di entrare in profonda sintonia con il mondo interiore dell’utente; considerazione positiva, cioè accoglienza e disponibilità verso il suo mondo; accettazione incondizionata, cioè assenza di giudizio.

Abbiamo intervistato Federico Gasparri, portavoce del gruppo che, da Milano, garantisce a tutti gli appartenenti alla comunità lgbt supporto nei momenti di difficoltà, ma non solo…

Da chi e come è nata l’idea di dare inizio al vostro ambizioso progetto?

Il Telefono Amico Gay operante all’interno del CIG è una realtà che può ormai vantare anni di esperienza, essendo entrato in funzione con le caratteristiche attuali fin dal 1992 come evoluzione di un precedente servizio di semplice informazione telefonica.

Si tratta di un servizio offerto alla popolazione gay-lesbica e transessuale, dotato di una propria struttura e di una precisa fisionomia, che concorre con i propri modi e mezzi a realizzare gli obiettivi statutari del CIG: in particolare l’accettazione, lo sviluppo e l’integrazione sociale dell’identità omosessuale, la promozione del benessere psico-fisico e della salute della persona omosessuale, il sollievo alle situazioni di emarginazione e di crisi individuale.

In cosa consistono i servizi che offrite alle persone LGBT che vi contattano?

Noi offriamo tre modi per contattarci: Linea Telefonica Amica Gay, la Chat Amica e la Mail Amica.
In tutti e tre i casi, con le differenze che i diversi media impongono, offriamo un servizio di ascolto, supporto e informazioni.
Noi facciamo “relazione d’aiuto” che è un modo di rispondere che si basa su tecniche di counseling adattate a volontari non professionisti. Al centro della “relazione d’aiuto” c’è il non giudizio e lo scopo è aiutare l’utente a comprendere il problema che lo ha spinto a chiamarci e a trovare la forza e il modo migliore per affrontarlo.

Come siete strutturati? Vi appoggiate prevalentemente a volontari?

Noi siamo tutti volontari che hanno passato un corso di formazione specifico della durata di circa 8 mesi.
Durante il corso si impara la teoria della “relazione d’aiuto”, le informazioni sulla nostra comunità LGBT e la nostra storia. Parte del corso è dedicato ad un lavoro autobiografico che permette all’aspirante volontario di capire se è adatto a questo tipo di servizio. Nella parte finale del corso ci sono gli affiancamenti alla fine dei quali il candidato e i tutor valutano assieme l’idoneità.

Il prossimo autunno partiremo con un nuovo corso. E’ un’esperienza molto interessante che suggerisco anche a coloro che sono indecisi: il corso è un’occasione per conoscere meglio se stessi e il servizio che offriamo.
Gli aspiranti candidati possono scrivere a formazione@arcigaymilano.org per ricevere informazioni ed iscriversi.

Da quanto offrite questi servizi e come è cambiata nel tempo la risposta degli utenti?

Il Telefono Amico Gay è attivo dal 1992 come evoluzione di un precedente servizio di semplice informazione telefonica. Mail Amica e Chat Amica si sono invece aggiunte alcuni anni fa.
La comunità LGBT italiana è cambiata nel tempo e alcune cose sono diventate più semplici da affrontare.
Noi però parliamo a persone che stanno vivendo momenti di difficoltà e le loro emozioni, paure e il senso di solitudine, putroppo, non cambia.
Spesso siamo le prime persone dichiaratamente gay con le quali gli utenti parlano In quei momenti poco conta se è il 1992 o il 2011. La nostra attenzione è focalizzata sull’utente, qualunque sia la sua storia e la sua necessità.

Qual’è il target principale con cui avete a che fare? E in merito a quali problemi viene chiesto maggiormente il vostro aiuto?

Noi riceviamo contatti da adoloscenti, adulti e persone anziane. A volta ci chiamano familiari o amici di ragazzi e ragazze omosessuali.
A seconda dell’età si parla di Coming Out in famiglia o con gli amici, di problemi sul lavoro, di malattie a trasmissione sessuale e la loro prevenzione. Talvolta si parla con utenti che non sono più giovani e che sentono molto forte il peso della solitudine o chi si è scoperto tardi omosessuale e ha paura di aver perso il momento giusto per vivere alcune esperienze.
Capita anche di parlare di aggressioni, mobbing o con persone cacciate di casa. Per prima cosa ci preoccupiamo dello stato emotivo degli utenti ed eventualmente li rimandiamo a specialisti nei vari campi.

C’è stata una evoluzione, nel tempo, delle problematiche che vi sottoponevano le persone che vi contattavano?

Come dicevo prima alcune tematiche restano costanti negli anni e altre invece cambiano.
Sicuramente negli anni ’90 l’AIDS era un tema molto presente tanto che abbiamo avuto una sovvenzione per avere un numero verde e poter contribuire ad aiutare chi avesse paura o dubbi su questa malattia.
Il tema della coppia e dei diritti civili si fa sentire maggiormente da un po’ di tempo ma in Italia siamo molto indietro e quindi ci chiedono se in altri paesi è possibile sposarsi.

Quali problemi avete incontrato nel “rendervi noti” a quelle persone che possono aver bisogno del vostro supporto?

Nella comunità LGBT siamo presenti e conosciuti da molti anni. Più difficile è uscire dal nostro ambito ma è importante farlo per raggiungere proprio quelle persone che sono all’inizio del proprio percorso e non sanno come raggiungerci. In passato abbiamo fatto fatica ad interfacciarci con realtà istituzionali e avere il nostro numero in pubblicazioni o usufruire di spazi gratuiti per manifesti, ad esempio.
Noi non dobbiamo “vendere niente” dobbiamo solo far sapere che ci siamo.

Parlare con uno psicologo può essere ancora fonte di disagio per qualcuno. Una linea telefonica dedicata come la vostra, può attenuare questo senso di imbarazzo?

Noi possiamo essere un punto di partenza. A volte comporre il nostro numero e rispondere alla nostra voce è uno sforzo incredibile per un utente. Trovare questa energia può aiutare per i successivi passi.
Noi siamo tutti volontari dichiaratamente omosessuali e questo aiuta l’utente a sentirsi a proprio agio. Parlare con noi è più facile e meno imbarazzante ma non è il nostro compito quello di sostituirsi ai professionisti.

Ritenete che Internet e i nuovi mezzi di comunicazione abbiano ridotto il vostro ambito di intervento? Come valutate questo fenomeno?

Internet ha portato una vera e propria rivoluzione nella nostra comunità. Su internet però si trova tutto e il contrario di tutto ed è difficile filtrare le informazioni valide. A volte questa confusione spinge gli utenti a contattarci.
Sicuramente sull’ambito informativo (locali, serate, malattie ecc. ecc.) il primo canale è internet. Su problemi di altro tipo, invece, la comunicazione verbale ha ancora un valore aggiunto e una maggiore efficacia.
Con la Mail Amica e la Chat Amica abbiamo allargato ad altri media il nostro intervento. Spesso però ci contattano persone che hanno bisogno di un primo contatto e che poi ci chiamano e parlano con noi.

Vi è mai capitato di ricevere telefonate di dissenso da parte di persone contrarie a ciò che fate?

Io non ricordo telefonate di questo tipo. A volte gli utenti richiamano dopo un po’ di tempo e ci raccontano come è continuata la loro storia.
A me personalmente è capitato che richiamasse un ragazzo per ringraziarmi ed è stato molto commovente sentire che anche grazie a noi questa persona ha trovato il suo equilibrio e che fosse molto più serena di prima.

Oltre ad un supporto psicologico, fornite anche informazioni carattere medico-sanitario. Come valutate il tasso di disinformazione riguardo le malattie sessualmente trasmissibili, in particolare tra i giovani?

Noi forniamo anche informazioni sulle malattie a trasmissione sessuale. Non siamo medici e quindi non facciamo diagnosi, ci limitiamo a dare informazioni generali e a rimandare a centri pubblici dove ad esempio è possibile fare dei test gratuitamente e in completo anonimato. Di malattie a trasmissione sessuale e in particolare di AIDS si parla molto poco nel nostro paese. Le persone omosessuali però tendono a saperne di più almeno sui metodi di contagio. Il problema è che in momenti di eccitazione si dimentica l’importanza del preservativo oppure si sottovalutano situazioni in cui il rischio è maggiore.

Siete in contatto con altre associazioni che si occupano di persone LGBT? Quali sono i rapporti con queste e con le Istituzioni?

Noi facciamo parte del Comitato Provinciale CIG Arcigay Milano. Siamo inoltre in contatto con le altre linee di aiuto telefonico della rete Arcigay.
Noi cerchiamo di essere utili per quello che è il nostro ambito anche a progetto esterni. Ad esempio stiamo lavorando su un progetto legato a immigrazione e omosessualità e vogliamo diventare uno dei possibili punti di contatto per persone migranti in cerca di supporto.
Non è sempre facile avere rapporti con le Istituzioni.  In questi casi ci muoviamo come Arcigay Milano e non come Telefono Amico.

Gruppo telefono amico

Tel. 02 54122227

orari lunedì / martedì / mercoledì / giovedì / venerdì dalle 20.00 alle 23.00

Francesca Biasetton intervista

Francesca Biasetton è autrice del Libro-Book: “UNIQUE. WHAT IT SAYS, HOW IT LOOKS”, il Canneto Editore: dove ci porta a scoprire l’arte della scrittura, attraverso suoi brevi testi e le immagini delle sue opere, in un vortice che ci conduce verso la ricerca del bello con l’asemic writing. Abbiamo intervistato Francesca, “calligrafa e illustratrice, spazia da un’espressività classica a una sperimentale, entrambe all’insegna di una creatività non banale, non ultima un’originale esplorazione estetica dell’asemic writing”.

 

Francesca che cosa è l’asemic writing?

Scrittura illeggibile, testo aperto, immagine astratta  he si fa arte, ponendo il fruitore in equilibrio tra leggere e guardare. Avendo seguito il percorso della calligrafia formale, studiando i modelli storici, ho vissuto l’asemic writing come uno sviluppo naturale attraverso cui mi sono liberata dalle forme codificate, del testo e, in un primo tempo, anche dai colori. Ho rotto le regole, ma solo dopo averle apprese.

Veniamo alla tua opera, nuova pubblicazione uscita per il Canneto editore, “Unique. What itsays, how it looks”: cosa ci attendiamo da questa pubblicazione?

Si tratta di un percorso ragionato e nel contempo emotivo attraverso il mio lavoro: una finestra sulle applicazioni contemporanee della calligrafia, sia commerciali che artistiche.

A chi è rivolta?

A chiunque sia interessato a immergersi nella bellezza, espressa nelle numerose declinazioni della scrittura a mano e del segno calligrafico.

Come è nata l’idea dell’opera?

Ho pensato che, in occasione della mia mostra, “Variazioni Biasetton”, presso Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura di Genova (dal 19 novembre all’8 dicembre) un volume come “Unique. What it says, how itlooks” riuscisse a trasmettere l’essenza della mia professione e della mia arte.

Chi è Francesca?

Francesca, un po’ artigiana, un po’ artista, si racconta attraverso le sue opere, più che attraverso le sue parole: “Unique” è in realtà un libro illustrato.

La calligrafia e l’arte visiva: quali connessioni e ponti ci sono?

La calligrafia come arte, coi suoi precisi linguaggi estetici, sviluppa una notevole forza, che fa riferimento al testo, anche allontanandosene, con segni che conservano la memoria delle lettere. Se in particolare si tratta di asemic writing, esso rientra a pieno titolo nell’arte visiva.

Esiste una poetica e un’estetica della calligrafia come forma di espressione visiva?

Senz’altro, altrimenti la calligrafia non sarebbe arte.

Come si inserisce in tutto questo e nell’opera la tua ricerca del bello?

Nell’abbandono sapiente delle forme codificate, pur trattenendone memoria; nella ricerca sul segno, sul gesto; nell’equilibrio con ritmo, con il ritmo, essenziale all’arte della scrittura. Roland Barthes giudicò il ritmo essenziale nell’arte della scrittura illeggibile: “Occorre ripetere – a tal punto si tratta di qualcosa di inatteso – quel che è già stato indicato: cioè che a far sorgere congiuntamente la scrittura e l’arte è stato il ritmo, il tracciato regolare, la pura punteggiatura di incisioni in-significanti e ripetute: i segni (vuoti) erano dei ritmi, non delle forme. L’astratto è all’origine del grafismo, la scrittura è all’origine dell’arte”.

Esiste spazio per la bellezza nella nostra contemporaneità?

Sì, è uno spazio che a volte dobbiamo ritrovare, e difendere dall’omologazione.

Perché leggere “Unique. What it says, how it looks”, soprattutto rivolgendoci a un pubblicoLgbt, il nostro pubblico lettore come webzine?

Per la sensibilità e l’attenzione nei confronti del bello che appartiene all’interiorità e alla realtà.

 

Crediti fotografici: Silvia Ambrosi

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