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l'allenatore e l'allievo
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Discussione: l'allenatore e l'allievo

  1. #1
    Brent Corrigan Lovers
    Non Registrato

    l'allenatore e l'allievo

    Per la partecipazione al torneo di calcio, in qualità di allenatore della squadra, composta da ragazzi dai sedici ai diciotto anni, avevo pensato proprio a tutto, fin nei minimi particolari, tanto da sentirmi in certi momenti di essere proprio un gran bastardo.
    Avevo congegnato le cose perché Francesco finisse nella stessa mia camera. Mi sentivo un po’ bastardo. Speravo in qualcosa, si, insomma, ad essere sincero volevo stargli vicino, ma vicino tanto. Mi intrigava dormire nella stessa camera, trascorrere qualche ora di tempo insieme, di poter imbastire una chiacchierata e scoprire qualcosa in più sulla sua vita. Non so spiegarlo. Mi attizzava Francesco, me lo sarei ben volentieri scopato, ma nello stesso tempo provavo dei buoni sentimenti nei suoi confronti, anche se ci toglievamo quasi quindici anni di età. Volevo e non volevo. Penso di avergli sempre voluto bene.
    Dopo cena io e i ragazzi passammo la serata ai bordi della piscina. Oltre noi era arrivato un gruppo di turisti stranieri e tra di essi un nutrito numero di belle adolescenti. I più scatenati tra i miei cominciarono a fare i pagliacci per attirare le simpatie delle belle figliole e, tentativo dopo tentativo, finalmente si creò un certo feeling tra loro.
    Alle undici della sera dissi ai ragazzi che, per quanto mi riguardava, ero troppo stanco e che me ne andavo a letto. Raccomandai loro di non fare tardi perché l’indomani avremmo avuto la partita. In realtà della partita non mi importava tanto. Sapevo che non eravamo una squadra forte, che si divertissero pure.
    Nel giro di una mezzora ero già a letto. Era giugno e già faceva molto caldo, anche di notte. Mi distesi sul letto, come mia abitudine, in mutande. Quando Francesco aprì la porta ed entrò in camera mi vide ancora sveglio e mi disse, dopo avermi chiesto scusa, se per caso, mi avesse svegliato o disturbato rientrando così tardi, che c’era proprio da dormire nudi con il caldo che faceva.
    Francesco si distese sul letto alla mia destra anche lui con solo le mutande. Spense la luce, mi diede la buonanotte e si accucciò all’estremità volgendomi le spalle.
    Si era fatto tardi e così decidemmo di metterci a dormire, non senza dirgli che, se mi sentiva russare, poteva svegliarmi anche con un calcio. Lui mi rispose che quando dormiva poteva anche esserci un bombardamento, niente lo svegliava e mi raccontò come la madre lo doveva svegliare a schiaffi, a volte..
    Francesco si riaccucciolò all’estremità destra del letto offrendomi le spalle mentre io, supino con gli occhi all’insù, mi misi, come mio solito, ad osservare le ombre sul soffitto in attesa di lasciarmi annegare nel sonno.
    Non riuscivo a prendere sonno. Forse ero troppo eccitato. Avevo il pensiero fisso a Francesco. Tentavo di far finta di niente, di guardare altrove, ma le sue spalle erano una calamità per i miei occhi.
    Cosa, in Francesco, poteva essere considerata malriuscita? Anche le unghie dei suoi alluci erano belli, perfetti, ineguagliabili. Potevo non guardarne quella meraviglia? No di certo, almeno guardare, nessuno e niente poteva negarmi questo.
    Mi distesi allora sul fianco sinistro con gli occhi lucidi su di lui.
    Ero in ambasce, quasi piangente perché desideravo toccare le sue dolci sembianze, ma non potevo, era troppo pericoloso. Se Francesco si fosse accorto chissà come sarebbe andata a finire.
    Eppure il ragazzo aveva detto che quando dormiva non lo svegliavano neanche le bombe. Poteva essere solo un modo di dire, non potevo essere certo che era proprio così.
    Il suo respiro si era fatto affannoso come quello di chi dorme profondamente. Non ci pensai più di un attimo. Decisi di scuoterlo con la mano. Se non si svegliava voleva dire che era come diceva il ragazzo. Se invece si svegliava gli avrei detto che russava.
    Non si svegliò. Provai di nuovo con più energia, ma quello non dava segni di reazione. Provai ancora più forte senza esito.
    Allora era vero! Non si svegliava neanche con le bombe. Allora, forse, potevo accarezzare quelle spalle. Avrei provato sfiorandole appena. Avvicinai le dita e lo accarezzai delicatamente per qualche attimo. Poi ritrassi la mano in attesa degli eventi. Lui non si mosse ed io presi coraggio.
    Cominciai ad accarezzare le sue spalle palpando con più forza e con più voluttà. Che dolce meraviglia, che sensazione di beatitudine mi provocavano quelle vibrazioni che penetrando attraverso il palmo della mia mano si spandevano per tutto il mio corpo.
    Passai la mano sul collo di Francesco, grazioso, minuto ma teso e forte, la discesi e familiarizzai con le luminescenze dorate della schiena alta, con le cunette ed i dossi che i tanti muscoli delle spalle formano in un insieme armonioso. La mia mano saggiò le linee delle sue costole ed il profilo del suo addome.
    Visto che era andato tutto bene, che Francesco, come aveva detto non si svegliava neanche con le bombe, mi sedetti accanto lui per porgere il mio sguardo al di là del profilo del suo corpo disteso lateralmente accanto a me, per ammirare il petto, accarezzandone i minuscoli capezzoli e a ridisegnare con la punta delle dita le forme sculturee dei suoi muscoli addominali.
    Sollevai lo sguardo sul suo viso che anche con gli occhi socchiusi nel sonno era irresistibile, con gli zigomi accentuati sotto il taglio degli occhi leggermente scavati sotto delle sopracciglia sapientemente disegnate da madre natura, la bocca con due labbra simmetricamente carnose tanto quanto era necessario, niente di più, niente di meno, il naso dritto e piccolo.
    I miei occhi raggiunsero le gambe lunghe, dritte, rivestite da muscoli che potevano contarsi e distinguersi con una plasticità naturale senza forzature da palestra.
    Mi sembrava di morire, stavo male. Francesco era troppo bello e troppo irresistibile. Mi sentivo un bastardo ad approfittare di lui, nel sonno. Non ero mai stato così vicino ad un adolescente in tutta la mia vita, un adolescente di bellezza non comune.
    Mi distesi di nuovo sul letto nel tentativo di prendere sonno, ma mi era impossibile anche solo star fermo.
    Mi risedetti accanto a lui e ricominciai ad accarezzarlo ripartendo dal collo, via giù sulle spalle che adesso provai a baciare e, infatti, baciai a lungo, quindi passai al petto, all’addome e giunsi al pube.
    Posai la mano sulle mutande e strinsi, ma leggermente, le mani sul suo organo nascosto dall’intimo indumento. Potrete certamente comprendere l’emozione che provai nel saggiare la consistenza del suo sesso. Non potetti resistere alla tentazione così infilai la mano dentro gli slip con circospezione e cautela, ma deciso a raggiungere la metà. Sentii un calore diverso, pieno e vaporoso, che scaldò ulteriormente la mia voglia. Glielo strinsi. Non era eretto, ne duro. Presi a masturbarlo lentamente, ma forse troppo lentamente per provocargli un erezione.
    Basta!
    Ero andato anche oltre ogni previsione.
    Adesso era ora di smettere che ero stato anche fortunato che quello non si svegliasse di soprassalto e che urlasse svegliando tutto l’albergo.
    Mi ridistesi al mio posto, eccitatissimo. Il mio pene sì che era eretto. Mi chiedeva soddisfazione. Mi pregava di dar fine alle sue sofferenze. Non potevo dirgli che era stato tutto uno scherzo.
    Rotolai sul fianco sinistro e tornai ad ammirare quel corpo. Fui avvinto da un desiderio, forse il più libidinoso: accarezzargli il culetto. Che meraviglia quel culetto che si dipartiva dal fondo schiena ergendosi con forma sinuosa a formare una collina dai dolci pendii, un culetto da adolescente, simile a quello di una fanciulla e, nel contempo totalmente diverso con quei glutei paffuti e muscolosi insieme.
    Ancora una volta allungai la mia mano su di lui. Sorvolai quella collina e vi planai lentamente dopo un volo intriso di desiderio e di terrore. Atterrai sul setoso tessuto delle sue mutandine e gustai con tutta la mia anima, palpandoli a piena mano, la forma estasiante di quei glutei formosi e sprizzanti energia e ne percorsi rabbrividendo la linea che li divide formando quella oscura piega che conserva fra tutte l’intimità più cara ad un ragazzo.
    Non mi bastava, però. Volevo il meglio. Penetrai, allora, la mano dentro gli slip e la scivolai sulla pelle bianca di quel culetto, trasalendo se ancor di più trasalir potevo. Palparlo direttamente senza la mediazione degli slip, sentirne la consistenza della polpa era tutta un’altra cosa, un sogno da non perdere, una sensazione unica.
    Fermai la mano tra i glutei e introducendo il dito medio nella cavità cercai il suo buchetto tra una selva di peli soffici, ma non riuscii a identificarlo. Il ragazzo era giovane e vergine ed il suo buchetto doveva essere così piccolo da non potersi percepire al tatto. Pensai di averlo trovato più che altro per logica, lì, un po’ prima dell’attaccatura del pene. Gli girai attorno e pressai senza forzare. Provai un emozione senza limiti, anche per l’effetto psicologico. Stavo toccando il culetto del ragazzo che amavo, la sua parte più intima. Pressai un po’ più in profondità senza forzare e gli giravo attorno con dolcezza.
    Francesco si mosse. Il suo corpo intero si scosse in un fremito, quasi un amplesso simulato. Il suo respiro si fece veloce e ricco. Per il terrore ritrassi la mano con scatto nervoso, ma era già tardi perché si era svegliato. Sollevò il busto e rivolse il suo sguardo verso di me.
    Fui preso da una immensa vergogna e catturato da un infame senso di terrore. D’istinto fissai lo sguardo verso la finestra. Mi sarei buttato da essa, sfracellandomi al suolo dopo un salto dal terzo piano dell’albergo, pur di non passare attraverso la forca caudina del dispregio suo e di tutti, delle mie spiegazioni impossibili. Non riuscivo a parlare. Il cuore mi batteva forte che lo potevo sentire scuotere il petto. Lui mi guardava a bocca aperta, forse incredulo e meravigliato.
    Avrei voluto dirgli di scusarmi, di perdonarmi, di aver pietà di me, ma mi sentivo così in colpa che non m’aspettavo sconti di pena.
    “Perché mi tocca e mi accarezza?” mi chiese con voce serena.
    Non riuscivo a rispondere. Stavo a bocca aperta che dovevo sembrargli un ebete.
    “Non dormivo. Facevo finta” continuò a dire abbassando lo sguardo “era bello, anche se poi mi sono un po’ vergognato quando mi ha toccato giù”
    Vidi che non si era incattivito e che voleva dirmi che, in fondo, anche lui aveva un po’ barato facendo finta di dormire e lasciandomi fare.
    “Scusami, Francesco, non lo faccio più, mi dispiace molto,mi sento in colpa”
    “Perché mi accarezzava?” insistette
    “Non lo so” risposi
    “Ti piacciono i ragazzi?” mi chiese
    “No, che dici? Era solo per provare” ribattei.
    Stette un po’ in silenzio distraendosi nel guardare, ma senza attenzioni, qua e là. Poi, a voce bassa ed emozionata mi disse:
    “Io non mi sento attratto dalle donne. Le guardo, sono belle, ma non provo forti emozioni. A volte mi sento turbato dentro, invece, perché mi eccito quando guardo certi uomini. Cerco di non pensarci, di guardare altrove. Mi sento attirato da loro, anche se non sono mai stato con un uomo. Non ho mai fatto sesso.”
    Vidi che i suoi occhi erano buoni e sinceri e gli dissi “Non è vero! Mi piacciono molto i ragazzi, ma soprattutto mi piaci tu, però ti giuro che non lo faccio più. Mi sono comportato male, ho approfittato di te nel sonno.”
    “Mi insegni lei, continui ad accarezzarmi, come prima”
    Dio era con me. Potevo amarlo senza veli, senza paura, senza intralci e senza sotterfugi. Allungai il mio viso sul suo, protesi il mio corpo sul suo, lo abbracciai con calore e, con una grande sensazione di beatitudine poggiai le mie labbra sulle sue che, vedevo, le attendevano impazienti.
    Il suo fu un bacio infantile, delicato, ma imparò in poco tempo a ricercare le profondità della mia bocca, la lotta estenuante con la mia lingua. Era un po’ nervoso, teso e tremante. Ripresi ad accarezzarne le spalle, la chioma fluente e capricciosa, le braccia. Baciai i suoi capezzoli, il suo ombellico, ascoltai con gusto il suo respiro che si faceva veloce, i mugolii della sua voce che fuoriuscivano involontariamente a sottolineare i momenti di maggior piacere.
    Spinsi il mio corpo all’indietro, lo feci slittare verso il bordo tanto che i piedi e parte delle gambe rimasero in aria. Gli accarezzai i fianchi e, dopo avergli fatto sollevare una gamba, accucciai la testa tra le sue gambe. Sfiorai con le dita l’addome seguendo con le dita il disegno dei muscoli tesi e formosi,; mi spinsi sulle sue mutandine, attraverso le quali percepii l’erezione del suo pene, anche se non ancora piena. Vi poggiai le labbra e baciai il fagotto infastidito dalla presenza del tessuto, ma allietato dal sussulto perentorio di piacere del mio amato. Cominciai a sfiorare i bordi degli slip, prefigurando la prossima vestizione. Abbassai quel tanto le mutandine per liberare il suo organo che, magnifico si erse dritto e simmetricamente perfetto, ma ancora non al massimo della turgidezza. Lo baciai, lo leccai, lo lavai con la mia saliva mentre lui, turbato dal piacere, come se godere di per se fosse un peccato, mi disse: “oh, Mister, no!”
    Ed io “non ti piace?”
    “Mi scusi. È solo che è la prima volta. È bellissimo, ancora!”
    Continuai a leccarlo e mi eccitavo solamente a sentire la sofferenza del suo piacere e le sue parole: “Dio, che bello! Ancora! No, basta, non resisto!
    Ritornai a sedere accanto a lui, ad accarezzargli il viso e a baciarlo.
    Mi sfilai le mutandine mostrando le mie intimità senza più veli, il pene turgido.
    “Vuoi baciarlo?”
    Fece solo un cenno di assenso. Si abbasso su di me ed io lo lasciai fare senza forzarlo. Cominciò a baciarlo con titubanza, solo con le labbra, secche ma morbide. Poi tento di prenderlo in bocca.
    “Devi mettere saliva” gli suggerii e lui seguì il consiglio.
    A poco a poco cominciò ad apprezzare, Mi leccava il pene come se fosse un gelato e mi chiedeva se stava andando bene.
    “L’hai già fatto qualche altra volta?” gli chiesi, ma solo per dirgli come fosse stato bravo ad imparare presto.
    “No, Mister, è la prima volta, lo giuro.”
    Gli sollevai i fianchi e gli sfilai gli slip anche dai glutei. Mi spostai sul suo fianco destro per farlo ruotare bocconi. Vidi le sue terga e mi estasiai.
    Mi allontanai dal letto.
    “Te ne vai?” mi chiese adesso dandomi del tu.
    “No, arrivo subito”
    Andai in bagno, aprii il mio beautycase e ne estrassi una boccetta di olio per la pelle e ritornai dal mio amato saltando sul letto.
    “Cos’è?” mi chiese
    “Adesso vedrai.”
    Versai un po’ di olio sulle sue spalle e cominciai a massaggiarle con somma dolcezza. Sentii Francesco apprezzare la pratica, si rasserenò e mi disse di come si sentisse disteso e felice. Gli ammorbidii i muscoli del collo e delle scapole, e con i pollici distesi toccandole ad una ad una le vertebre della spina dorsale, da atlante scendendo fino a sfiorare il coccige. Poi ripetei il viaggio con dei bacetti, dei tocchi sapienti leggeri e sensuali, e poi ancora un altro percorso accompagnando i baci con la lingua, Versai dell’olio sui suoi bellissimi glutei, turgidi, ma graziosamente di forma aggraziata, pieni e sporgenti. Li massaggiai a piene mani, eccitandolo ed eccitandomi come più non avrei potuto. Li baciai. Li leccai. Sfiorai la fessura tra i glutei con le dita e lui si agitò in un scuotimento involontario e carico di piacere. Come un pendolo, percorrevo in un senso e nell’altro la linea più bella della sua intimità, sentendo con le dita la peluria elettrizzarsi mentre scorgevo che di sua iniziativa divaricava, anche se di poco, le gambe perché le mie dita potessero raggiungere senza difficoltà le parti più nascoste, il buchetto e l’attaccatura del pene che adesso si era fatta potente, segno che aveva raggiunto la massima erezione.
    Atterrai le labbra su quella linea e la baciai, incominciai ad allungare la lingua e a leccarla. Francesco si scosse.
    “Mamma, che bello, mister”
    Intravidi il suo viso trasfigurato da una smorfia incontrollata di piacere.
    Da solo divaricò ancora le gambe ed io capii che voleva che con la lingua gli leccassi il buchetto. Gli sollevai i fianchi e lo invitai a poggiare il corpo sulle ginocchia per divaricare di più i glutei e lasciare libero da intralci il suo bel buchetto. Puntai la lingua su quel rifugio e cercai di entrarvi. Leccavo, lo puntavo penetrandolo di quel poco che potevo mentre auscultavo i mugolii di Francesco letteralmente impazzito di piacere che divaricava le gambe per lasciarmi campo libero.
    “Mister!” mi chiamò con voce tremolante, carica di un emozione mai vissuta prima, così forte da schiantarlo.
    Lo guardai. Il suo viso era stravolto: la bocca aperta ansimante, le palpebre semichiuse, gli occhi che chiedevano pietà, come se quel piacere fosse troppo forte da sopportare e che si dovesse arrivare al dunque, all’epilogo.
    Cercavo di comprendere se quel che volesse lui era lo stesso che volevo io.
    Lui non aveva la forza e forse il coraggio di dirmelo. Io gli feci un cenno con la testa come a chiedergli se eravamo d’accordo, se pensavamo tutti e due la stessa cosa. Interpretai il suo sguardo in un assenso.
    Versai dell’olio abbondante sulle mie mani e sul mio pene e spalmai bene.
    Gli feci piegare più che poteva la schiena, gli feci divaricare le gambe, gli baciai ancora il buchetto. Lui sussultò e con un tono confuso della voce mi disse: “Mister, ti prego”
    Puntai il pene sul buchetto. Schiacciai il glande, paffuto e morbido, su di lui senza forzare. Sentivo che l’olio faceva il suo lavoro, ma sapevo anche che si sarebbe fatto male lo stesso. Ciò sarebbe stato inevitabile. Non volevo fargli troppo male, anzi, volevo dargli piacere.
    Presi i suoi fianchi e cominciai a tirarli verso di me mentre contemporaneamente spingevo il pene in avanti. Sentivo il pene affondare nel perineo, il buchetto rigettarsi all’indietro spinto dal pene. Francesco aspettava in una attesa spasmodica.
    “Lo senti?” gli chiesi per eccitarlo.
    “Si! Un po’”
    Sentivo l’ano dilatarsi ed il pene senza sforzo entrare, ma ugualmente Francesco emanò un grido smorzato di dolore.
    “Dio, no, fa troppo male”
    Mi fermai. Il pene era entrato per metà. Francesco si lamentava. Il suo viso si era sbiancato ed il pene gli si era smorzato.
    “Oh mamma, fa male.”
    “Vuoi continuare?”
    “Credo di si.”
    Volevo a tutti i costi riportare Francesco allo stesso grado di eccitazione di prima. Cominciai a muovere i fianchi lentamente e nel frattempo gli sfioravo le spalle, i capelli, i glutei e le gambe con la punta delle dita. Mi calai su di lui a baciargli il collo e le orecchie.
    “Oh, Mister, adesso è di nuovo bello”
    Il ritmo del mio amplesso era ancora lento per dare a Francesco il tempo di abituarsi, di imparare a gustare il nuovo piacere.
    “Piano, mister, piano” mi disse
    Pensai si facesse ancora male.
    “Oh, mister, è bello sentirlo dentro.”
    Poi, come se si fosse accorto di essere stato troppo hard mi disse: “Scusi, Mister se ho detto così, però…..”
    “Francesco, di pure tutto quello che pensi ed io ti dirò tutto con sincerità. Io sono felice di esserti dentro, ti amo.”
    “Mister, di più, più in profondità, È divino? Più forte, di più. Mister. Oh, si, sto venendo.”
    “Anch’io, mia gioia, ti amo”
    “Anch’io Mister ti amo.”

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  3. #2
    Junior Member
    Data Registrazione
    20-08-2010
    Messaggi
    6
    ....hmmhmh bellissimo.... uno dei miei sogni e desideri più frequenti.... perchè? .... semplice sono un allenatore.....
    Ultima modifica di leosim71; 08-11-2010 alle 13:22 Motivo: errore ortografico

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