venerdì 6 marzo 2015

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Ikea: uno spot fa infuriare la comunità trans thailandese

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L’Ikea sembra essere sempre al centro del dibattito, in qualsiasi parte del globo ci si trovi, per qualsiasi motivo: non può essere che così, d’altronde, data la portata e la diffusione del colosso svedese che, da diversi anni ormai, arreda molte delle nostre abitazioni. E il brand scandinavo dall’ottobre 2011 è sbarcato anche in Thailandia: si registra un ottimo ritorno in termini di acquisti, e già le pubblicità imperversano nel paese asiatico in ogni angolo delle strade, così come su diversi canali televisivi e radiofonici, senza dimenticare i banner sui differenti siti. Ed è proprio uno spot andato in onda sulle televisioni ad aver suscitato scalpore e una certa reazione da parte di alcuni in quel paese che, per la natura e i paesaggi, sembra sempre più avvicinarsi a un grande paradiso terrestre.

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Non si trattano dei soliti e ormai scontati strali che provengono dagli spalti dei difensori della fede e del “verbo che si fece carne”, come in Italia è avvenuto con Giovanardi che, quasi scoprendo improvvisamente l’esistenza della Costituzione, ma senza sapere cosa essa citi esattamente in merito, non ha perso occasione di accusare la famosa multinazionale di mettere in pericolo la “sacra famiglia naturale” sancita, non si sa bene, appunto, in quale articolo, dalla nostra Carta fondamentale, a fronte di una pubblicità in cui due ragazzi si tenevano per mano. Siamo difronte, invece, a una situazione totalmente rovesciata, in cui a opporsi e criticare una pubblicità firmata Ikea è la comunità transgender thailandese. Ci si chiederebbe il motivo di questo. La comunità, rappresentata attraverso l’associazione che è autrice di una lettera indirizzata alla rappresentanza Ikea in Thailandia, non ha apprezzato il soggetto di uno spot, breve quanto diretto, in cui si vede un ragazzo entrare nel reparto cuscini con la propria compagna che, una volta avvistati i guanciali che le interessavano, indica la merce tanto desiderata con una voce che appare molto maschile. Un cupe de theatre, quindi, che porta alla luce un lato nascosto della donna: è subito chiaro agli occhi dello spettatore che si tratta di una transgender.

La narrazione della pubblicità è sembrata alquanto offensiva, in quanto stereotipata, scontata e generalizzante la personalità e la condizione di un’intera comunità, quella delle e dei trans, che in Thailandia assume un certo peso culturale e sociale, seppure ancora non sia previsto il riconoscimento della femminilità del soggetto da parte dello stato, una volta completato il percorso di transizione. La rimostranza è stata accolta dalla società nelle sue strutture presenti nel Paese e sembra, da alcune fonti, che l’amministrazione thailandese del noto brand svedese abbia già convocato la stessa comunità transgender a discutere, provvedendo, così, a porre rimedio alla caduta di stile e di immagine a cui la società rischia di essere soggetta. Il titolo dello spot è alquanto eloquente e lascia già presagire l’evoluzione e l’epilogo del piccolo filmato:  “Luem Aeb”, che nella lingua thailandese significa “dimenticare di tener nascosto”. Neanche le intenzioni primigenie dell’autore della pubblicità sembrano, quindi, aver addolcito e calmato gli esponenti della nota associazione ma, anzi, ad aver indispettito maggiormente la comunità trans, che ha provveduto subito a denunciare lo spot di aver violato i diritti umani, propagandando un’immagine negativa della figura e della persona transgender. Il caso rimane aperto e non si sanno ancora quali saranno i prossimi sviluppi. Una cosa è certa: quando a farsi sentire è unitamente una comunità, quest’ultima avrà la possibilità di smuovere la coscienza pubblica e le autorità economiche e istituzionali del caso.

http://youtu.be/sivTfcYBCuA

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