In Inghilterra fare coming out per i calciatori è proibito da diversi procuratori di società

Le dichiarazioni, ogni giorno, diventano sempre più pressanti sulla presenza di omosessuali tra giocatori professionisti di serie A, tra gli allenatori e tra gli arbitri. Ricordiamo quest’anno, durante gli europei di calcio, le infelici battute di Cassano, ritrattate malamente dallo stesso con affermazioni poco credibili, e le esternazioni di Cecchi Paone sull’esistenza di persone non dichiarate e che vivono il proprio orientamento nel silenzio e nascondendosi, all’interno di un mondo che vuole apparire sempre più maschilista e regno della virilità.

In Inghilterra la situazione non è da meno. Qualche mese fa, era marzo, la Federcalcio e il governo inglesi, alla presenza del premier conservatore David Cameron, avevano lanciato attraverso una conferenza stampa la campagna, “Opening doors and joining in”, rivolta a perseguire e reprimere con pene sanzionatorie salatissime, ogni forma di offesa e di atto di natura razzista e omofoba. Il primo a essere sanzionato, guarda caso, è stato il giocatore italiano del Manchester United, Federico Macheda, ventenne, per aver risposto a un post di un suo follower su twitter con una frase alquanto pesante, del tipo: “Shhhhhh u little stupid gay!”.

Lui ha voluto difendersi davanti a un’audizione indetta dalla federazione dicendo che invece di “gay” voleva scrivere “guy”, ossia ragazzo: la multa è stata comunque sentenziata e l’autorità massima del calcio britannico ha sottoposto il calciatore a un pagamento di 15mila sterline. A febbraio si è tenuta, sempre in Inghilterra, la campagna ‘Football vs Homophobia’, in ricordo di Justin Fashanu, primo e unico calciatore ad aver fatto espressamente coming out pubblico e a essere talmente ostracizzato nel suo ambiente da decidere di togliersi la vita nel 1998.

Le misure previste dall’amministrazione inglese, quindi, sono più che incisive e decise nella loro portata: nessun silenzio difronte a dichiarazioni dal contenuto omofobo come siamo, invece, abituati in Italia. Le deliranti affermazioni di Cassano, infatti, non hanno visto alcuna presa di posizione da parte degli organi competenti, ma solo l’indignazione e la denuncia delle associazioni lgbt.

Le disposizioni disciplinari ci sono, ma ugualmente il calcio in Inghilterra vede un vero e proprio allarme omofobia, soprattutto se si parla di stadi: a febbraio tre tifosi in trasferta a Brighton sono stati arrestati perché avevano intonato cori omofobi e fortemente offensivi della dignità delle persone a orientamento lgbt. Nonostante la mano delle autorità inglesi non attenda di farsi sentire, il problema rimane. In una ricerca effettuata da ricercatori della Staffordshire University si è concluso che i due terzi di professionisti del mondo del calcio, il 27% per l’esattezza, conoscono colleghi omosessuali che decidono di “non uscire dall’armadio”, utilizzando all’occorrenza un inglesismo.

La ricerca, che ha visto Ellis Cashmore e Jamie Cleland i due studiosi capofila, ha fatto leva su un sondaggio effettuato su 3.000 professionisti intervistati, il cui esito non è di certo confortante. Si avanza l’ipotesi, nello stesso studio, che molti tifosi ritengono ormai il mondo del calcio avviato su un percorso di liberalizzazione dei costumi tale che vedrà un futuro in cui sarà possibile una vera e propria emancipazione personale di chi ne fa parte, potendo avere, così, calciatori, allenatori, arbitri dichiaratamente gay e vivere il proprio orientamento sessuale alla luce del sole, senza dover temere di essere ostacolato, dileggiato, emarginato, costretto, spesso, a cambiare squadra, nonostante i possibili brillanti successi riportati. La caccia alle streghe potrà mettere la parola fine alla sua esistenza, e già diversi sono gli esempi di sportivi e di calciatori che hanno deciso di “uscire allo scoperto” con orgoglio e con determinazione: certamente non senza aver pagato un grosso prezzo.

La ricerca riporta l’esempio del rugbista Gareth Thomas come “persona che ha avuto il coraggio di fare” quell’importante passo di dichiararsi, con tutte le conseguenze che si sono avute. Se dal mondo del rugby possiamo dire esserci un miglioramento in termini di accettazione, così non può altrettanto dirsi nel mondo del calcio inglese; e non solo inglese. Il primo calciatore svedese a dichiararsi è stato Anton Hysen, così come ha fatto il collega statunitense David Testo, nelle fila del Montreal Impact di Di Vaio, che ha avuto modo di dire a Cbc Radio Canada di aver “combattuto” con questo fatto per “tutta la sua carriera”, sottolineando come sia difficile “vivere la vita di un atleta professionista ed essere gay allo stesso tempo”.

Nonostante queste anticipazioni, il giovane giocatore è arrivato ad affermare che importante nel calcio deve essere il merito e il talento e niente altro deve influire sulla valutazione della persona. L’unico rimprovero che David si fa è quello di non avere fatto coming out prima, testimoniando come un buon giocatore possa essere gay. Nascondere la propria omosessualità per i calciatori è conseguente alla pressione che ogni giorno ricevono dai procuratori e dalle società calcistiche inglesi, non di certo dai tifosi, in questo caso.

Nel 2006, all’alba degli europei di calcio, la Germania aveva lanciato un manifesto contro l’omofobia proprio per prevenire culturalmente alcuni episodi che avrebbero potuto verificarsi. Lo stesso testo vedeva in copertina una foto di due calciatori che si baciavano con la scritta: “picchieresti il tuo calciatore preferito per questo?”. La domanda per molti rimane aperta. Così come è rimasta per molti calciatori inglesi,  Morrison del West Ham, Ranger del Newcastle e Smith del Walsall, i quali, per aver espresso dichiarazioni dal contenuto omofobo sui vari social network, hanno ricevuto una multa: rispettivamente di 7000 sterline, di 6000 e di 1200. Il Liverpool ha sfilato con un proprio gonfalone nel gay pride della stessa città. I Reds sono scesi, così, in piazza insieme a una parte della squadra di calcio femminile, ai dirigenti e al personale tecnico, sventolando la bandiera rainbow con fierezza e con orgoglio, il 4 agosto. 

Di segnali positivi ci sono, ma di strada ancora ce n’è da fare. Il coming out potrebbe aprire porte per una società di eguali, in cui ognuno si possa sentire libero di esprimere i propri affetti, abbattendo i muri del pregiudizio, che in Italia risultano essere ancora irremovibili.

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