mercoledì 4 marzo 2015

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TSHDT? Una rivista fotografica declinata in parole positive

Shannon_web

They Shoot Homos Don’t They?

Sfogliando il numero 3 di TSHDT non si può rimanere colpiti visivamente ed emotivamente, le due sensazioni sono l’una la causa dell’altra, dal portofolio dell’artista australiano Peter Maloney, riprese da opere da lui esposte nella famosa galleria Utopia Art Sydney nell’ambito della collettiva “From Under The Floorboards”. Il riferimento è alla fotografia “Crouch (over)” del 2005, stampata su carta, dove si nota un ragazzo nudo accucciato con testa chinata in avanti e dove si mostrano le possenti gambe e il liscio torso, non perfettamente tonico, ma snello e avvolgente. La posa è greve, molto grezza: lo stesso fisico del modello non è sinuoso ma, anzi, sembra voler rimandare alla forza strafottente e brutale di un tipico giovane underground, in un atteggiamento di riflessione e di raccoglimento. Il giovane è solo nella sua naturalità e nella sua schietta mascolinità. La premessa è per descrivere una degna presentazione della filosofia editoriale di “They Shoot Homos Don’t They?”, TSHDT?, che ospita opere e lavori, disegni, visual art composition, fotografie, di autori internazionali uniti e legati da un motto, che è la vision specifica di una rivista leggera e completa: essere positivi. Parlo di un progetto editoriale, diretto da Shannon Michael Cane ed edito da Thimoty Moore, che prosegue e che è distribuito in diverse città da Melbourne e Berlino, da Londra, da Toronto a New York, fino ad arrivare anche a Milano e Bologna, e che aspira a rendere artisti, lettori, visitatori, fan, simpatizzanti contaminati da un virus, quello della positività, che definirlo letale artisticamente risulterebbe riduttivo.

Niente è politicamente diretto o eterodiretto, così come non ci sono categorie specifiche sia per quanto concerne il target a cui vuole afferire la rivista, sia per quanto riguarda i contenuti espressi nella medesima, dato che lo sforzo redazionale è impiegato nel voler raggiungere questo obiettivo.

tshdt3

Occorre forte cura e attenzione da parte del lettore e da parte dell’artista a intravvedere e a fare intravvedere fra le righe i significati e i significanti di un vissuto urbano, che si esprime in parole e in immagini, non privi di sessualità e di connotazioni erotiche, di ragazzi e uomini, giovani e meno giovani, ammirabili per la loro fisicità estetica. E’ un’estetica che può diventare anche etica: l’etica del confronto e della contaminazione, in una dimensione che deve vedere sempre mediazioni e negoziazione tra stili e stilemi differenti e variegati, di vivere e di pensare l’arte visiva, senza mai scadere nell’indifferenza e nell’acriticità verso il quotidiano. Diverse possono essere le posizioni e le supposizioni sessuali di chi si approccia, sia come fruitore, sia come autore, a TSHDT?, senza nessuna pretesa di esclusività e di esclusione.
Si notano nei disegni, il tratto della matita e della penna utilizzato, nelle fotografie, il gioco di luci e ombre, il colore delle figure, la loro plasticità e dimensione quasi materiale, tangibile, rappresentazioni non banali, non scontate, mai mediocri quanto esclusivamente mainstream, estreme in molti contesti, ma sempre connotati da una ricerca raffinata e accurata delle posizioni e delle coreografie.
Quale è il target di TSHDT? La risposta è data dalla lettura della rivista dove si evidenzia come TSHDT? è sia per gay e per non gay, per donne, per uomini e per tutti coloro che vogliono e amano sapere ed esplorare, in un contesto quale quello dell’ammirazione e della conoscenza della fisicità maschile in tutte le sue forme e declinazioni artistiche e visive.
È voyerismo tutto questo? Può esserlo se si intende arte il gusto e la sensazione sublime che si prova nel vedere e nell’osservare, anche morbosamente, la nudità del corpo, nella sua integrità o, solamente, in alcune parti di esso, sensuali, erotiche, quasi scadendo nel gusto del feticcio, del particolare. Il titolo della rivista non poteva essere così significativo e incisivo e rieccheggia quello di un romanzo di Horace McCoy, “Non si uccidono così anche i cavalli?”, da cui è stato tratto l’omonimo film di Sydney Pollack, ambientato nella depressione americana e nel senso claustrofobico delle condizioni di vita precarie dei personaggi. Tutto questo testimonia l’approccio critico e di denuncia di un’isola, quale TSHDT? vuole essere, non felice, non unica, non scissa dal resto del mondo, ma, bensì, rappresentativa di un mondo e di una cultura, quella artistico visiva queer e maschile, che non vuole soccombere o essere silentita da uno scenario commerciale mainstream, banale e volgare.

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