venerdì 27 febbraio 2015

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Trinidad e Tobago: il Primo ministro contro le discriminazioni lgbt

Trinitad and Tobago

kamlaSembra che la disposizione della Commissione Europea emessa il 1 giugno 2010 e che ha disposto un pacchetto normativo ed economico a sostegno delle azioni di contrasto, prevenzione e repressione, di forme discriminatorie a danno di persone a orientamento lgbt, abbia paradossalmente esplicato maggiore effetto in una realtà esterna dalla giurisdizione comunitaria, quale quella di Trinidad e Tobago, rispetto ad alcuni paesi che avrebbero dovuto, in primis l’Italia, adeguarsi attraverso una legislazione funzionale a dare attuazione a tali principi promossi in sede UE. In quella disposizione si ricordava che l’esclusione sociale per pregiudizi basati sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere crei ripercussioni non solo sul sostrato civile ma anche su quello economico e produttivo, partendo appunto dal lavoro. Il Primo Ministro di questa favolosa quanto paradisiaca meta turistica ha dovuto concludere come necessario considerare grave la piaga della discriminazione e dell’emarginazione sopportate da persone a orientamento lgbt. Diverse mobilitazioni, promosse da parte del movimento e dell’associazionismo a tematica, ha avuto più volte modo di sottolineare la portata di tale problematica. Il capo del governo ha sottolineato come non si possa “tollerare” che questo atteggiamento ostile possa ancora avere cittadinanza nelle sue isole, tanto da impegnarsi nel rimuovere ostacoli che si presentano nel mondo politico.

Kamla Persad-Bissessar, è il nome della presidente del consiglio delle due isole, ha provveduto a sostenere la creazione di una commissione, in cui sono comprese associazioni, organizzazioni non governative, realtà della società civile, tra cui anche quelle presenti nel campo informativo e quelle prevalenti nell’ambito culturale e civile, disposta a varare delle norme e delle leggi contro la discriminazione delle persone a orientamento lgbt. In una frase presente in un messaggio da lei stessa inviato a un’ONG britannica, così come riportato dal Guardian, ribadiva espressamente che non può “sopportare” forme di esclusione ai danni di cittadine e di cittadini, a prescindere dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere essi appartengano. La dichiarazione, quindi, è un segnale che può rafforzare la speranza per un futuro in cui ci sia un ordinamento che disponga tutti gli strumenti e i canali funzionali a perseguire atti a danno di omosessuali e transgender. Sono, quindi, già pronte delle proposte, su cui si ipotizza un acceso dibattito parlamentare, che potrebbero portare verso questa direzione: direzione che soddisferà non solo il movimento lgbt internazionale e nazionale, ma anche Maurice Tomlinson, attivista per i diritti degli omosessuali proveniente dalla Giamaica, e che ha fatto appello alla Sezione 8 di Trinidad e Tobago in quanto una normativa statale dispone il divieto di accogliere profughi omosessuali, in quanto visti come fonte di relazioni considerate immorali. La persona rischia di essere perseguitata penalmente nella propria terra d’origine, se venisse rimpatriata, e ha avuto modo di ribadire come fondato il proprio diritto di asilo. La sentenza a riguardo potrebbe essere un elemento maggiore per accelerare il processo legislativo in merito: almeno si auspica.

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