Al 92nd Street Y, «La Nostra Gente» propone un tributo operistico alle esperienze queer delle persone nere

18 Marzo 2026

Al 92nd Street Y, «La Nostra Gente» propone un tributo operistico alle esperienze queer delle persone nere

Con il rilancio del movimento Black Lives Matter nel 2020, il tenore vincitore del Grammy Freddie Ballentine e Kunal Lahiry, artista della BBC New Generation per il periodo 2021-2023, hanno ideato “Our People”, un tributo operistico alle esperienze della comunità Black LGBTQIA+. Lo spettacolo ha effettuato tournée in tutta l’Europa ed è approdato a New York, al 92nd Street Y, per inaugurare il Mese della Storia Nera.

“Our People” è, per cominciare, una ventata di freschezza nelle sale da concerto vincolate da tradizioni rigide. Le battute di Lahiry e Ballentine interrompono la quarta parete, ma raccontano una storia senza compromessi queer. Il loro scambio pungente offre sollievo da alcuni pezzi più gravosi.

Tra le opere più note troviamo pezzi ben drammatizzati di Margaret Bonds, una compositrice nera che fino a poco tempo fa era rimasta nell’ombra a causa del razzismo sistemico. Altri brani che colpiscono includono “The 80’s Miracle Diet” di David Krakauer, che si riferisce direttamente agli sforzi logoranti dell’AIDS sul corpo umano e alla serie di farmaci che ne sono derivati. Un altro numero avvincente è l’arrangiamento di P. Campos di “Strange Fruit”, una poesia di Abel Meerpol cantata originariamente da Billie Holiday e vietata.

Mentre Ballentine lascia un brano così disturbante, l’assolo al pianoforte di Lahiry offre una resa più dolce, forse più delicata, di questo pezzo, dipinta con tinte tonali floreali. Ballentine e Lahiry prendono ulteriore pausa dagli standard rigidi e eurocentrali della musica da concerto con “Backlash Blues” di Nina Simone. Anche questo arrangiamento, anch’esso di P. Campos, non solo si adatta bene alla voce di Ballentine, ma mette in evidenza la determinazione del concerto a rimanere attuale nel contesto politico odierno. È frustrante che queste opere, soprattutto di artisti neri, siano ancora attuali, ma riviverle e usarle per scardinare uno spazio tradizionalmente bianco dimostra che siamo già stati qui prima e che possiamo tornare ad essere vincenti.

Nel complesso, “Our People” è una rottura audace del mondo dell’opera. Celebra la comunità queer, su cui si fonda l’industria operistica ma che per lo più continua a respingere. Riscopre una storia che è stata cancellata dall’incrocio tra nero e queer. Riorganizza persino molte aspettative su quali brani siano degni di un concerto classico. È una narrazione accessibile che mette in discussione il fascismo americano odierno attraverso il canto e riflette la responsabilità di tutti gli artisti di essere una bussola morale della società. Assistere a questa produzione significa sperimentare un ampio spettro di colori.

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