Cock ai Filodrammatici: intervista a Silvio Peroni

COCK teatro Filodrammatici - Milano

Illecite Visioni, rassegna di teatro lgbt alla sua terza edizione presso il Teatro Filodramatici di Milano, sotto l’ottima direzione di Mario Cervio Gualersi, si è conclusa la scorsa domenica con un’opera drammaturgica, regia di Silvio Peroni: Cock. Grande ritorno di pubblico e molto consenso ha registrato la sua anteprima, mantenendo lo spettacolo nel cartellone di programmazione del teatro fino a domenica 16 novembre. L’opera, tratta da un testo di Mike Bartlett, vede in scena attori di professione quali Margot SikabonyiFabrizio FalcoJacopo Venturiero ed Enrico Di Troia. La narrazione si basa sulla difficoltà per John, protagonista principale, di scegliere tra il mantenere un rapporto agiato e sicuro con il compagno, con cui convive ormai da diverso tempo, o coronare il desiderio di avere una famiglia con la sua nuova amante, donna separata e maestra di elementari. Il paradosso nella prosecuzione dell’opera e della sceneggiatura impera in una scena essenziale e minimale dove la centralità teatrale si riflette sul lavoro degli attori e sulla recitazione: una drammaturgia con toni ironici e parossistici si alternano con vivacità e semplicità, naturalezza, tale da coinvolgere nel percorso lo spettatore, senza appesantire la portata del grande dilemma comflittuale vissuto da John, in eterna ricerca di un’identità. Abbiamo intervistato il regista, Silvio Peroni, con cui abbiamo affrontato temi generali sui temi omosessuali nel teatro e sulla lunga gestazione che c’è stata prima di dare in scena l’opera.

L’opera: da dove nasce l’idea di metterla in scena?

L’idea del testo nasce perché io amo lavorare sempre con la drammaturgia contemporanea anglofona, inglese e americana. Ho già realizzato lavori teatrali con Isabella Ragonese, con Elio Germano, Alessandro Tiberi, adesso, mantenendomi sempre nell’ambito della drammaturgia contemporanea e affrontando altri tipi di testi. Amo molto il modo anglosassone di affrontare testi di drammaturgia perché in essi c’è un modo chiaro nel riconoscere e osservare il mondo in cui vivono gli attori, mantenendo schemi classici della commedia e della tragedia, schemi, come in Cock, composti anche da tre personaggi: lui, lui e l’altra. I testi drammaturgici vedono, quindi, un linguaggio che diventa odierno, come se l’autore fosse abituato a stare nei meandri della città, a sporcarsi le mani tra la gente. Gli autori anglofoni di drammaturgia non sono altezzosi e non descrivono il mondo dall’alto, ma entrano in esso e lo descrivono. Com’e nata l’idea di Cock? Devo precisare che non tutto quello che leggo debba piacermi per forza: mi appassiona la drammaturgia generale. Il testo su cui ho lavorato ha visto diversi stadi, non piegandosi a parlare solo dell’indecisione del personaggio, della sia bisessualità, di indecisione sessuale. Il testo pone la questione e l’argomento dell’identità,  ossia come la società che ci circonda ci vuole identificare. A Jonathan viene detto: “sei stato omosessuale, io ti ho accettato così, e va bene così”. Lui risponderà a questo: “non importa con cosa ma con chi vado a dormire”. Il problema dell’identità si pone ed è più importante della discussione sull’indecisione sessuale. Questa parte è quella che più mi ha colpito del testo, testo che ho avuto tramite un’amica e che ho tenuto nel cassetto per due anni e mezzo prima di partorirlo. È stata una genesi molto lunga.

Il titolo è quello del testo originale: lo hai mantenuto, perché?

Ho voluto lasciare quel titolo perché era impossibile un altro. Ho giocato scenicamente organizzando lo spazio come fosse quello di un incontro pugilistico, formalmente, perché Cock stesso diventa il gallo non solo vuole riferirsi all’organo genitale maschile. Lo spazio come incontro pugilistico è dovuto all’idea che ho voluto esprimere di una sorta di combattimento tra galli, che può essere un combattimento tra vari galli o la pollastrella, John, o con la presenza di un unico gallo, che è John, con la sua corte che cerca di conquistarlo. In italiano sarebbe stato impossibile trovare titolo che mantenesse l’ambivalenza del termine inglese. In italiano mi è sembrato giusto mantenere l’idea: pensavamo di chiamarlo “fallo”, ma l’idea che prevale rimane quella del pollaio perche, appunto, fa parte del gioco.

Il lavoro con gli attori?

COCKIo lavoro molto con gli attori. Nel mio teatro, anche se suona altisonante definirla così, piace molto dare rilievo alla scena, volendo eliminare le scenografie, ossia tutto ciò che è estraneo al lavoro sul testo. Mi interessa il testo e voglio lavorare con l’attore. Il lavoro con gli attori inizia con letture fatte a tavolino in modo minuzioso, perché parto da una problematica che, poi, andiamo ad affrontare con gli attori. Il personaggio che l’attore va a creare non è un soggetto che dice certe cose. Il personaggio, invece, diventa tale in quanto dice certe battute. Serve leggere bene il testo e questa è la prima parte del lavoro. Se noi andassimo a imporre un personaggio a priori arriveremmo a certe parole dette che non esisterebbero. Pensare alle parole per creare, invece, il personaggio è il lavoro da svolgere. Il secondo passaggio del lavoro con gli attori viene fatto in piedi, momento in cui creiamo i movimenti nello spazio e senza pensare alle intenzioni o a quello che avevamo fatto a tavolino per poi, la terza fase del lavoro, unire tutti gli elementi e realizzare lo spettacolo. In un’ultima fase si passa a un lavoro più emotivo. Vorrei sottolineare la mia idea, ossia cercare di trasmettere il fatto che amo accumulare il maggior numero di informazioni possibili per, poi, creare il personaggio parlando. Con gli attori amo accumulare informazioni arrivando, poi, a dimenticare completamente: magicamente queste informazioni emergeranno dall’accumulo fatto. In definitiva l’attore parla con proprie parole riuscendo, così, a creare un personaggio molto credibile e reale. Il lavoro con gli attori mi appassiona molto.

 Il pubblico come ha reagito all’anteprima che si è tenuta domenica 9 novembre ai Filodrammatici di Milano nell’ambito della rassegna Illecite Visioni?

Benissimo. Altra cosa che mi piace della drammaturgia è che unisce elementi comici con elementi tragici. Il pubblico ha seguito il testo, la storia, affezionandosi ai personaggi e divertendosi. È stato un ottimo successo, lo si è potuto verificare anche di riflesso tramite i vari commenti arrivati, alcuni lasciati direttamente al teatro e che sono positivi.

Teatro e omosessualità: quali rapporti culturali e sociali si possono instaurare?

Penso che dovremmo forse non parlare di omosessualità come se fosse una cosa diversa e anormale. In Cock è affascinante notare un padre grossolano, etero convinto, che accetta l’omosessualità del figlio, la accetta e si abitua. Questo è paradossale: non ci si può abituare a una cosa che esiste, e a teatro l’omosessualità esiste quanto l’esterosessualità come tema e non è una cosa strana a cui occorre stare attenti ad avvicinarsi. L’omosessualità è nella normalità e dico questo non solo per buonismo: tornando al testo si rivive, così, il discorso legato all’identità. Se si comincia a pensare che l’omosessuale è diverso e anormale parleremmo di razzismo. Omosessualità deve essere a teatro e in tv perché esiste non come elemento da mettere in mostra, ostentatndolo e da farlo vedere; ma esiste in una civiltà civile, come esiste l’esterosessualità. Non esiste distinzione alcuna, altrimenti dovremmo incominciare a considerare anche l’eterosessualità come anormale, cambiando le carte in tavola.

Esiste una chiave di svolta nella narrazione?

intervista a Silvio Peroni - CockSi ed è il padre: tutto questo è paradossale e divertente. I tre personaggi, John, l’uomo e la donna vedono arrivare dall’esterno il padre che diventa una sorta di “deus ex machina”, presentandosi con discorsi grossolani, parlando della bisessualità in senso genetico senza capirne il motivo e spaventando il ragazzo. Il padre arriva e fa una filippica borghese sulla fedeltà coniugale: tutto questo lo dice mentre guarda il petto della donna, un paradosso. Il padre verrà messo alla berlina, seppure ci saranno e rimarranno tracce di lui in John, che cambierà la sua scelta in base anche alle parole del personaggio del padre.
La cosa interessante parlando di identità da sottolineare è questa: abbiamo quattro personaggi John, l’uomo, la donna e il padre. Gli ultimi tre sono personaggi senza nome, ma sono tre figure che sembrano avere chiara la loro identità: uomo etero, donna etero, padre aiutante figlio. L’unico senza identità risulta, pertanto, colui che ha un nome, comune: John. Tutto questo ci dice che noi che siamo carenti di personalità ci attorniamo di figure generiche senza nome che vogliono imporci la propria personalità.

Tu come regista: quali sono i tuoi prossimi lavori e quali sono stati i lavori precedenti?

Dei lavori futuro non ne parlo per scaramanzia, e perché non voglio pensarci. Dei lavori precedenti posso dire che l’anno scorso, im fase transitoria, ho realizzato uno spettacolo con Alessandro Tiberi, un testo di Nick Payne. Il testo sarà ripreso. Ho realizzato co. Isabella Ragonese un monologo dell’autore americano Will Eno.
L’anno precedente abbiamo messo in scena insieme con Elio Germano Thom Pain di Will Eno. Poi ho lavorato su test di Dennis Kelly, realizzando il tutto con altri attori italiani, tra cui Daniela Poggi. Non amo, però, fare curriculum.

Quanto in Cock c’è del regista?

In senso artistico devo dire che i messaggi del pubblico milanese diretti al regista mi abbiano fatto piacere, anche se io non amo essere un regista vanitoso e voglio che il pubblico guardi lo spettacolo senza sentire la pressione del regista che ama mettersi in mostra. Voglio uno spettacolo senza vincoli registici asfissianti. Voglio che gli attori si interfaccino col pubblico senza vincoli. Voglio che prevalga il lavoro realizzato durante le prove: e questo lavoro risulta rispettabile se la regia risulta essere asciutta e senza ingombri.
Personalmente penso che in ogni testo, parlando appunto di accumulo, ci siano parti in cui mi riconosco. In Cock, testo che ho letto nel 2010, sono pigro coi progetti in quanto l’ho tenuto nel cassetto, penso ci sia tanto di me. Una cosa mi fa riflettere di Cock, a proposito di identità. Se ci dicessero che siamo bravi a cucinare, noi saremmo convinti di riuscirai, altrimenti saremmo influenzati diversamente: questo per dire che le persone, i compagni, incidono molto sulle nostre scelte e sui nostri comportamenti. Risulta  molto pirandelliano tutto questo. So che la mia personalità è stata condizionata da eventi o da altre persone, e questo aspetto è il primo elemento che mi ha fatto sentire simile a John. Tutti nella vita, prima o poi, siamo arrivati all’indecisione sentimentale in cui dover scegliere perché era giusto fosse così: questo passaggio risulta normale per tutte le persone al mondo, nel momento in cui devono scegliere fra una cosa e un’altra. Noi stessi diventiamo degli altri e questo pone forte il problema dell’identità.

Come dicevi la scenografia risulta essere minimale: perché?

Il teatro è fatto dagli attori, non da effetti speciali o dai registi. Gli attori fanno un lavoro: un lavoro che c’è e che si può sentire che c’è. Sulla scenografia o vai pesante come Visconti, o vai senza scenografia. Nella scenografia voglio togliere di più. Nei miei spettacoli non ho mai avute le scene. Con Elio Germani e Isabella Ragonese avevamo un palcoscenico dove appariva una sola sedia. In Cock abbiamo un tappeto e un ring per pugilato, che sono due elementi di spazio e non di scena.

Sono Concettuali?

Possiamo dire che gli elementi di scena ti indirizzano verso un richiamo di idea. Siamo difronte a un teatro che racconta storie parossistiche e va a sublimarle: non è pura realtà. Occorre, quindi, arrivare a un eccesso della cosa per sublimarla, dando dei segnali. Il teatro ha, così, bisogno di determinate regole.

Con lo scenografo quindi possiamo dire che riesco a mantenere un rapporto buono?

A dire la verita non lo uso spesso. Ma quando in Costellazioni  ho lavorato con una scenografa ho realizzato un lavoro divertente, perché lei stessa ha apportato degli elementi varianti. In Cock ho fatto tutto io senza discutere con nessuno.

Crediti fotografici: Andrea Lisco

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