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Esce “La casa di Via Palestro” di Franco Buffoni

La-casa-di-via-PalestroFranco Buffoni è un autore che può essere definito punto di riferimento nella letteratura contemporanea a tematica LGBT: lo avevamo lasciato con “Il servo di Lord Byron”, una biografia sul famoso e celeberrimo poeta e scrittore inglese con un io narrante particolare, il suo servo appunto, con cui intesse una relazione continua, tanto da portarlo in Grecia durante la guerra di liberazione, in fuga dai pericoli giudiziari inglesi, che lo potevano vedere inquisito e condannato, come accaduto a tanti suoi amici e colleghi; lo avevamo lasciato con la pubblicazione del carteggio che Franco ha tenuto con Mario Mieli, in occasione del trentennale della scomparsa prematura del noto scrittore e attivista, “Mario Mieli: trent’anni dopo”, con testi inediti, anche teatrali e poetici, del famoso personaggio che dette vita in Italia ai fondamenti culturali del Movimento LGBT.

Esce per Marcos Y Marcos “La casa di Via Palestro”, un’autobiografia che rende la scrittura dell’opera un inno alla memoria storica, nel contesto quotidiano e locale della città dove Franco nasce e affronta gli anni, l’adolescenza e la giovinezza, più focali e determinanti della sua vita: Gallarate. La scrittura è fluida, fortemente coinvolgente, non scade mai, ci sarebbe stato il pericolo, nel moralismo, ma evolve in una lettura semplice, diretta, quanto confidenziale di un intreccio storico che ci porta alla conoscenza di intere esistenze che furono, residenti precedenti della sua cittadina, perseguitati a causa delle famigerate leggi razziali, in un tono di denuncia verso una follia omicida, quella del regime fascista, che uccise vittime innocenti, persone e figure notevolmente importanti nello scenario sociale e culturale di una comunità. E’ l’attenzione verso i più deboli che sono stati emarginati, perseguitati e, spesso, annientati, il filo conduttore di un romanzo, che vuole avere una narrazione razionale quanto fortemente consapevole, ferma e decisa, dai toni inflessibili e determinati, che non accettano mediazioni, giustamente, quando si parla, appunto, delle esistenze e della dignità di migliaia di persone, uomini e donne, di orientamento omosessuale: è il tono, lucido e dall’universale etica laica, che Franco Buffoni usa nello scrivere una lettera al padre in cui, con saggezza e lucidità, utilizza termini quali “onore”, in virtù del quale il figlio imputa al genitore di aver “preferito” strangolarlo, “piuttosto di accettare l’idea” che il figlio stesso fosse omosessuale. Il rapporto col padre, colui che militare scelse di essere fedele al Re all’alba dell’armistizio, perchè inflessibile nel suo sentimento istituzionale, vede forti contrasti col figlio: quest’ultimo imputerà al genitore, non senza ragione, di essere a conoscenza che “in un campo non lontano” dal suo, fu deportato a causa della sua scelta a Deblin, “c’erano quelli” come lo stesso autore, “da sterminare metodicamente, con il triangolo rosa cucito sul petto”.

La narrazione riprende la nitidezza e la schiettezza di un realismo, in cui si legge una forte tensione civile e valoriale di un Paul Verlaine, di un romanzo storico della memoria tipica di un Thomas Mann, di una rassegna di fotogrammi degna di un’opera omnia quale “Heimat”, dove si intrecciano in un continuum senza soluzione diverse storie ed esistenze, disposte su paralleli temporali differenti, parti integranti di una storia che non finisce e che prosegue nel corso dei tempi. Risultano poetiche e fortemente coinvolgenti le pagine che riguardano quella casa in Via Palestro 7, a Gallarate: il Teatro che Franco rivive nel 2006, in occasione di un concerto mozartiano, trova lo spettatore distratto, in quanto pregno dei ricordi di quella “Società pugilistica Gallaratese “Ausano Ruggeri”, in cui, con una certa curiosità e tensione emotiva Franco stesso scriverà i primi pezzi giornalistici di cronaca sportiva, trovando il pretesto, ingenuo e spontaneo, di “intrufolarsi” tra gli atleti e i vigorosi pugili. Quella casa ha una storia, quasi epicentro della narrazione che vede un susseguirsi di epoche e di rimandi: fu prima sede delle associazioni del contado che nel 1920, ciascuna delle quali investendo una quota, dettero vita a un teatro, parte integrante della Casa del Proletariato, devastata da un attacco violento e barbaro fascista. I ricordi di quell’atmosfera, che ci riporta alla memoria tinte, qui la valenza letteraria universale dell’autore, di una cinematografia viscontiana, l’epico “Rocco e i suoi fratelli”, vengono narrati con una dose di semplicità e di umanità, priva di feticci, malizia e inutili orpelli descrittivi, dipingendo la fisicità scultorea e mastodontica di giovani sportivi, prime esperienze visive di un’ingenua e vitale adolescenza.

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