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Un regista di opere tra documentari e fiction: Thom Fitzgerald

Thom Fitzgerald è un regista, autore, sceneggiatore americano, e nasce a New Rochelle nello stato di New York, trasferendosi con la madre e il fratello, dopo il divorzio dei suoi, alla tenera età di cinque anni a Bergenfield in New Jersey. Laureatosi alla Bergenfield High School, frequenta la The Cooper Union for the Advancement of Science and Art, università di Manhattan fondata nel 1859 da Peter Cooper. Lo ricordiamo soprattutto per gli aitanti e spettacolari ragazzi muscolosi ripresi dalla sua pellicola Beefacake, documentario e fiction sulla figura del fotografo Bob Mizer, uno dei pionieri nell’arte visiva omoerotica di nudo maschile a livello commerciale e popolare. Alla fine dell’intervista, fattagli durante la sua permanenza all’ultimo Festival Mix di Milano, dove era ospite come autore di tre pellicole in programma, ci ha svelato un’anticipazione molto curiosa e interessante, magari inaspettata.


La pellicola con cui sei presente qui al Festival Mix di Milano è un “road movie rocambolesco” che prende il concetto di famiglia come elemento protagonista e costante della storia: cosa ha significato lavorare e produrre un film di questo calibro?

Ho presentato tre film: The Hanging Garden del 1997, Beefcake del 1999 e Cloudburst del 2011. Ogni film ha una sua storia particolare. Cloudburst è una commedia teatrale del 2010 che ho scritto io. In soli sei mesi dalla prima teatrale è diventato un film. Lo abbiamo girato nella Nuova Scozia nell’estate del 2010 e da allora sono in giro a presentarlo.

 

Che cosa il cinema a tematica omosessuale può fare per cambiare la cultura spesso ancora influenzata da pregiudizi ideologici e dicriminatori?

Credo che i film partecipino all’evoluzione della cultura e alcune volte riflettano i cambiamenti di questa cultura. Per esempio in America sono stati prodotti sia film sia serie televisive che avevano come protagonista un presidente afro americano ancora prima che ci fosse veramente un reale presidente afro americano. Pertanto certe volte i film anticipano i cambiamenti o più semplicemente mettono a loro agio il pubblico riguardo questi cambiamenti. Credo, quindi, proprio di sì, che abbiano un ruolo rilevante.

 

Quali sono i lavori cinematografici che più rappresentano la tua poetica come regista e autore?

L’elemento che accomuna tutti i miei personaggi è che vedono al di fuori qualcosa a cui vorrebbero partecipare. Ad esempio The Hanging Garden è la storia di un gay che torna a casa per il matrimonio della sorella e, in quel periodo, per un gay era impensabile avere un proprio matrimonio. Beefcake è la storia di un fotografo che vorrebbe i tipi di uomini che fotografa. In Cloudburst ho ripreso il tema del matrimonio, questa volta visto dal punto di vista di due donne ottantenni che per tutta la vita non gli è stato possibile sposarsi, ma che alla fine hanno potuto coronare il loro sogno. Questo collegamento tra Cloudburst e The Hanging Garden è una sorta di continuazione: di questo me ne sono accorto quando avevo finito di scrivere Cloudburst, mentre non ne ero consapevole all’inizio.

 

Sei anche autore di Beefcake, un tributo documentaristico, con una parte di fiction, alla figura di Bob Mizer, uno dei primi fotografi di nudo maschile negli anni 60 ancora pieni di preclusioni verso questa arte: perché aver dedicato una retrospettiva a questo personaggio importante per la cultura gay e, soprattutto, come hai saputo rendere il lavoro un misto tra documentario e fiction?

La produzione di Beefcake è stata molto inusuale. In pratica ho vinto una gara: due canali televisivi, uno inglese, Channel 4, e l’altro franco-tedesco, Artè, hanno chiesto ad alcuni autori idee per sviluppare una sorta di documentario. Il tema poteva essere o un documentario sui culturisti o un documentario sulla cultura gay. Io gli ho proposto un documentario sui culturisti e sulla cultura gay e ho vinto. Ho, così, realizzato questo lavoro tra il documentario e la fiction. Ho cominciato, così, a lavorare sulle riviste di culturismo degli anni 60 e ho deciso di dedicare l’intero documentario su Bob Mizer perché era l’autore su cui c’era una documentazione più accurata e meticolosa. All’epoca ho dovuto affrontare anche diversi problemi legali, sia sui diritti d’autore delle foto, sia perché la compagnia di assicurazione, restia ad assicurare un film che trattasse di questi argomenti e che parlasse di uomini che volontariamente si spogliassero nudi davanti a fotografi gay: ovviamente tutto questo, oggi, sarebbe stato molto diverso come situazione.

Tutti i personaggi nei miei film, comunque, mi rappresentano un po’: vengono tutti dalle mie esperienze. Alcuni parlano in maniera diversa da come parlerei io, o agiscono in maniera diversa. Ma alla fine sono tutti un po’ autobiografici. È molto difficile sceglierne solo uno.

 

Hai lavorato per “Cloudurst” con due attrici famose e Premi Oscar, Olympia Dukakis e Brenda Fricker: perché questa scelta e, soprattutto, cosa ha significato lavorare con loro?

È il terzo film che realizzo con Olympia. Ho scritto la parte appositamente per lei e lei non ha avuto nessuna esitazione ad accettare il personaggio. Ho messo alcuni caratteri che rappresentano molto Olympia in questo personaggio, soprattutto il suo essere sempre graffiante e pungente, ma anche altri aspetti che, invece, sono molto diversi dal suo personaggio e che Olympia ha accettato come una sfida. Brenda era una delle attrici con cui ho sempre voluto lavorare. Mia nonna aveva un adorabile e marcato accento irlandese. Olympia e Brenda si conoscevano già e, soprattutto, Brenda non era nella lista delle “puttanelle” che Olympia mi avrebbe impedito di assumere.

 

Quali sono i tuoi riferimenti come autore e come regista a cui ti ispiri nella storia del cinema?

Ci sono molti registi a cui mi sono richiamato durante tutta la mia vita. Sicuramente il primo è Jean Cocteau che mi ha ispirato già in tenera età anche attraverso le sue composizioni. Poi citerei Terence Davies e Peter Greenaway. So bene che Peter Greenaway non è un regista che si potrebbe associare facilmente al mio lavoro. L’ho trovato, però, un autore che mi ha offerto molte ispirazioni: ad esempio in The Hanging Garden nell’uso del colore sono stato molto influenzato da lui. Ritrovo, invece, molto Terence Davies nella mia scelta di girare scene molto lunghe con lunghi movimenti di camera. Sicuramente questa è una cosa molto complessa: piano piano con gli anni riconosco elementi di altri registi nel mio lavoro così come ritrovo elementi del mio cinema in altri registi. E’ un continuo influenzarsi l’un con l’altro.

 

Prossimi lavori a cui stai pensando o di cui ti stai già occupando possono essere preannunciati?

Sto lavorando a una serie televisiva sul sacramento della confessione nella religione cattolica. Per esempio: qual’è stata l’ultima volta in cui ti sei confessato?

 

Penso almeno vent’anni fa …

Thom ridendo prosegue nella sua risposta:

Ecco vedi forse è il tempo che ti confessi anche tu. Anch’io sarà da più di vent’anni che non mi confesserò pur essendo stato educato alla religione cattolica. Credo che questo sia un tema interessante che voglio sviluppare. Sono molto contento di poterlo fare collaborando con la televisione canadese.

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