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Irlanda, SI ai matrimoni gay. Arcigay esulta «dalla depenalizzazione alla nozze gay in 22 anni. Cosi fanno i paesi che vogliono cambiare verso»

«Il popolo irlandese ha scelto la bellezza dell’uguaglianza»: Flavio Romani, presidente di Arcigay, festeggia lo straordinario successo del “sì” al referendum tenutosi in Irlanda sul matrimonio egualitario. «L’Irlanda oggi si scrolla definitivamente di dosso il bigottismo ipocrita della Chiesa cattolica, che per un tempo lunghissimo l’ha tenuta in ostaggio. È il successo di un giorno, certo, di quelle straordinarie code di elettori ed elettrici in fila per rendere il proprio Paese un posto migliore, ma è soprattutto il successo di un percorso, relativamente recente e rapido, che ci racconta il colpo di reni di un Paese che al contrario dell’Italia ha davvero deciso di cambiare verso. Solo nel 1993, ventidue anni fa, l’Irlanda depenalizzava l’omosessualità. Diciassette anni dopo, nel 2010, venivano riconosciute le unioni tra persone dello stesso. E oggi, appena cinque anni dopo, l’isola verde festeggia la piena uguaglianza. Ma se l’Irlanda è dovuta ricorrere a un referendum per emendare la Carta costituzionale, in Italia nessun emendamento sarebbe necessario, basterebbe una legge. Basterebbe cioè che i nostri parlamentari cogliessero l’occasione che il dibattito europeo  offre loro e facessero un atto di alta visione politica, puntando dritto all’uguaglianza. Invece va detto che ancora oggi l’Italia si affanna a sviluppare il dibattito su una proposta di legge parziale e di mediazione, già accantonata altrove, in un percorso a ostacoli di emendamenti farseschi, redatti da chi siede nella stessa maggioranza che firma il testo in discussione. Allora salta all’occhio un’altra differenza clamorosa tra Italia e Irlanda cioè quella della qualità delle rispettive classi dirigenti: in Irlanda un premier cattolico praticante, espressione di un partito che in Europa aderisce al fronte popolare, alla vigilia delle urne invitava cittadine e cittadini a votare “Sì”. Uno scenario inimmaginabile in Italia, dove il primo ministro è però espressione del Partito socialista europeo. Solo risolvendo questo paradosso tutto italiano, evidente in questo come in tanti altri ambiti, potremo anche noi aspirare all’uguaglianza, o quantomeno a un dibattito efficace, senza bisogno di sottoporre i diritti al giudizio delle maggioranze », conclude Romani.

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