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La crociera drag queen… Senza drag!

drag queen

Il 2 Dicembre, da Miami, è partita la crociera “Drag Stars at Sea Cruise” sulla nave Glory (compagnia Carnival), portandosi dietro un polverone di glitter amari. Già, perché questo viaggio, pensato come occasione speciale e palcoscenico per le drag queens più famose (alcune dell’entourage della celeberrima Ru Paul), ha rischiato di essere una crociera a tema drag senza drag. Alcuni giorni prima d’imbarcarsi, infatti, la compagnia ha rilasciato un comunicato in cui si faceva divieto agli ospiti LGBT (la maggioranza) di girare vestiti in drag per la nave: questo dovuto alla presenza di famiglie e bambini, la cui sensibilità rischiava di essere urtata. Gli abiti di scena, il trucco e parrucco si sarebbero dovuti limitare al palcoscenico e alle esibizioni.

Sullo stesso sito internet della compagnia, alla voce “Safety>What to wear?” non è specificamente indicato l’abbigliamento drag. La cosa non sorprende: una persona, di norma, non gira travestita da drag queen, ma se la crociera è a tema gay/drag non ci dovrebbe essere nulla di strano a farlo. Col diffondersi di un comprensibile sentimento di fastidio per l’atteggiamento apparentemente discriminatorio, il 27 Novembre, Gerry Cahill, presidente ed amministratore delegato di Carnival Cruises Lines, scrive una lettera per rimediare: “Il gruppo “Drag Stars at Sea” include numerosi performers da LogoTV facenti parte di una serie di eventi privati previsti a bordo… Secondo la compagnia, soltanto gli artisti si sarebbero vestiti in drag durante gli eventi. Ci rendiamo ora conto che ciò non era stato chiaramente comunicato ai membri del gruppo e perciò chiunque volesse travestirsi è libero di farlo. Si prega di ricordare che le nostre procedure di sicurezza richiedono che gli ospiti esibiscano un documento d’identità valido e che siano riconoscibili di persona“.

L’errore pare nato da un fraintendimento di vedute e necessità tra la compagnia di crociere e l’agenzia turistica LGBT “Al and Chuck Travel” che organizzava il gruppo: è verosimile che la Carnival non avesse considerato che alle drag queens piaccia girare in libertà anche lontane dal palco, cosa che, invece, l’agenzia di Miami aveva forse data per scontato. La Carnival non è certo tenuta a riflessioni profonde sul mondo delle drag queens, ma non è difficile riconoscere l’attrattiva che queste stars di nicchia hanno sul proprio pubblico.

Facendo un paragone, come Madonna non esce sottotono ai grandi eventi, perché un’altra diva dovrebbe smettere i propri abiti prima e dopo lo show? Il palcoscenico è il mondo, come diceva Goldoni. Se è però intervenuto Cahill, il CEO di Carnival, significa che la cosa rischiava di infliggere un brutto colpo d’immagine alla compagnia, la stessa, ricordiamo, di Costa Crociere, Princess Cruises e altre.

L’agenzia di viaggi Al and Chuck Travel ha voluto spiegare su Facebook le ragioni di tale decisione: “Il divieto dei travestimenti della Carnival non costituisce un insulto alla comunità gay. Come compagnia gay, non avremmo organizzato questa crociera se la Carnival nutrisse pregiudizi contro il mondo omosessuale. Questa regola è valida per passeggeri gay ed etero… E risponde al nuovo ordine mondiale post 11 Settembre, intendendo proteggere i passeggeri e non ghettizzarne una parte“.

Tutta questa situazione dà spunto ad una riflessione generale. Posto che, chiunque la organizzi, deve assicurare un’atmosfera in cui tutti i passeggeri si sentano a proprio agio, una crociera con le drag, per un gay, rappresenta un’evasione, per due motivi: uno è che, banalmente, il viaggio è la dimensione dell’altro, del possibile, dove il proprio mondo è temporaneamente lasciato alle spalle.

In secondo luogo, perché la personalità che ogni drag queen reca in sé costituisce, per un omosessuale, un elemento di confronto di duplice natura: da un lato c’è l’apparenza, ovvero l’emulazione esagerata e parodistica della bellezza femminile, la libertà di parola e anche la situazione comica che si crea. Dall’altro, c’è il lato oscuro del mondo omo, che riguarda il non detto: le drag queens, più o meno consciamente, incarnano certi timori di una deriva al femminile della propria sessualità, una virilità rinnegata, al limite tra il gioco scherzoso e il rischio di un non ritorno di genere.

In un contesto simile, di divertimento e blanda trasgressione, la Carnival affianca una tipica famiglia eterosessuale, dove allora i bambini diverrebbero l’anello debole da tutelare. È così difficile spiegare a un bambino che ci sono uomini che, per divertirsi, si vestono da donna e cantano canzoni in playback? E che sono persone normali, che amano e soffrono come gli altri? È giusto che il codice comportamentale di bordo preveda il rispetto di tutti nelle zone di spazio comune, ma la cosa peggiore che potrebbe capitare è che un bambino chieda perché uno che assomiglia a papà si sia vestito da uomo, oppure scambiare una drag queen per un clown.

A mio parere, una situazione simile, non impone necessariamente di spiegare a un bambino che cosa sia l’omosessualità, tantomeno il travestitismo. La compagnia, forse, avrebbe potuto evitare a priori una situazione tanto complessa e pensare a un tipo di clientela diversa da affiancarsi a quella omo, o magari organizzare una crociera parallela tipo “single party”, creando un’atmosfera mista e frizzante. La prossima crociera cosa prevede, una convention di Star Trek e un nutrito gruppo di Carmelitane scalze?

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