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Sieropositivi e contenti

“L’hiv mi ha dato, più che togliermi qualcosa”. E’ questo in estrema sintesi l’approccio al virus di Lucrezia Fucsias al suo primo e-book con Ho vinto io, sieropositivi e contenti. L’abbiamo intervistata.
Incominciamo da te. Chi sei? Cosa fai?
Sono una felice neo-sposa e futura mamma, nonché scrittrice. Caratteristiche comuni a entrambi i miei profili, quello reale e quello virtuale.

Come nasce il tuo impegno nel raccontare la condizione di sieropositività?
Quattro anni e mezzo fa la mia vita ha subito uno scossone formidabile: ho scoperto di avere contratto il virus dell’HIV dal mio attuale compagno, che avevo conosciuto sei mesi prima e che ovviamente ignorava di esserlo lui stesso da almeno 7 anni.
Ho avuto l’incommensurabile fortuna di trovare sul mio cammino delle persone formidabili, illuminate, a partire dal mio uomo, ma anche altri veri angeli in terra che mi hanno insegnato a superare lo scoglio psicologico della sieropositività. Perché è quello il vero nemico, non il virus in sé.
So che questo privilegio non capita a tutti: lo riscontro ogni giorno confrontandomi con gli amici di Facebook, specialmente se si tratta di neo siero+.
Con il libro, ma anche con il sito www.lucreziafucsias.org, con il gruppo “Mamme Positive” su Facebook e con lo SKAIDS TG, il primo scanzonato e amatriciano web-tg del pianeta dedicato ai temi dell’HIV e AIDS, sto tentando di far capire a chi ha perso la luce dentro di sé che noi non siamo un virus e che possiamo approfittare di una situazione a prima vista drammatica per darci finalmente una mossa come persone e capire chi siamo e cosa vogliamo. Questo ovviamente vale per tutti, non solo per chi vive la sieropositività.
Noi però siamo dei privilegiati, perchè finché non si ha l’assoluta riprova della nostra caducità come esseri umani si è inclini a pensare che “abbiamo tempo” e quindi continuiamo a rimandare le cose veramente importanti, che ci renderebbero felici. In quest’ottica, il fatto di scoprire di avere un problema come l’HIV può rappresentare addirittura la chiave di volta in positivo della propria esistenza. E’ tutta questione di punti di vista, dopotutto.

Che cosa racconti in “Ho vinto io, sieropositivi e contenti”?
Ho cercato di trascorrere con estrema lucidità tutti gli stadi che mi hanno portato ad accettare serenamente la mia condizione, e quindi me stessa: dalla disperazione, alla confusione, all’odio verso la persona “colpevole” della mia infelicità, passando per la metabolizzazione del tutto ed alla comprensione della mia forza interiore nascosta, fino al superamento delle mie paure.
Non è un traguardo impossibile. C’è molto lavoro da fare dentro di sé. Di certo è molto più semplice e comodo stare seduti in un angolino a piangersi addosso. Ma non ci trovo molta soddisfazione! Insomma, “è finita” l’abbiamo pensato tutti, di primo acchito, ma è una grande bugia!

Come mai sono ancora rari i sieropositivi visibili oggi?
Perché l’HIV è ancora uno stigma sociale fortissimo, a causa anche del totale disinteresse istituzionale nei confronti di una malattia che invece rappresenta ancora un fortissimo pericolo soprattutto per i giovani, purtroppo disinformati al massimo in tema di malattie sessualmente trasmissibili.
D’altronde tette e culi in tv (e non solo) impazzano, ma guai a insegnare l’educazione sessuale a scuola, pena strali anacronistici da parte di Stati esteri, mettiamola così, che però tengono per la collottola praticamente tutto il parterre politico italiano.
“Sono sieropositivo”, dirlo o non dirlo?
Personalmente, consiglio di non dirlo. I tempi non sono ancora maturi e gli eroi hanno sempre fatto una brutta fine. Certo, vi sono icone di lungo corso nel nostro universo parallelo che ci hanno messo la faccia fin da subito e li ammiro per questo.
In sostanza, però, ritengo che finché non ci sarà un grosso personaggio che potrebbe rappresentarci venendo allo scoperto siano sacrifici inutili, a meno che non si tratti affatto di un sacrificio per chi ha deciso di mostrarsi.
Porto l’esempio del mio uomo: ha un’attività in proprio e si trova a lavorare nelle case della gente. Secondo te, se lo dicesse apertamente ci sarebbero molte persone che, per quanto soddisfatte, continuerebbero a servirsi da lui? In tutta sincerità, credo che la momentanea solidarietà lascerebbe presto il posto alla diffidenza, frutto della disinformazione di cui sopra. Come singoli, possiamo fare molto, ma non tutto, purtroppo. C’è bisogno di un solido e concreto impegno istituzionale.

Cosa dovrebbero fare politici e istituzioni per promuovere un’immagine realistica delle sieropositività?
Formare il personale sanitario, in primis. Continuamente assistiamo a episodi di discriminazione in ambito ospedaliero e paraospedaliero. Ciascuno di noi ne ha almeno uno da raccontare. E’ inammissibile.
Quindi dovrebbe assediare le scuole con convegni, seminari, lezioni e tutti gli altri mezzi a disposizione.
Infine dovrebbe pensare alla collettività, con operazioni strategiche ed eclatanti.
Ma stiamo parlando di fantascienza…

Un’ultima domanda: come mai usi uno pseudonimo? Sempre che lo sia.
Sì, lo è. Ed è pure tanto carino! L’ho adottato per numerose ragioni.
Quando ho preso atto della mia sieropositività, d’impulso pensai di offrirmi al mondo come un’amazzone, combattendo in prima linea a volto scoperto. Poi ho fatto i miei calcoli, con il risultato che non ne valeva proprio la pena.
In primo luogo, ho deciso di non mettere al corrente del problema la mia famiglia (non c’era e non ce n’è alcun motivo, visto che non avrei ricevuto aiuto, ma avrei dovuto darne!). Inoltre credo che l’idea di Lucrezia Fucsias sia decisamente più ficcante, a livello comunicativo, nonché meno personalmente attaccabile.
L’intento è quello di farla diventare una specie di icona ingombrante, con il tempo, che catturi l’interesse anche della gente comune, per poter parlare in modo efficace ed originale dell’HIV.
In tal senso, lo SKAIDS TG mi sta dando molta soddisfazione, perché edizione dopo edizione vedo che vi si avvicinano non solo “addetti del settore”, ma anche moltissima gente comune, in particolare giovani.
Chissà che prima o poi diventi un fenomeno mediatico: almeno per qualche giorno, la gente sentirebbe in tv i termini HIV-AIDS, che devono essere finiti in qualche lista tabù… E’ inutile camminare con il prosciutto sugli occhi: se vuoi arrivare alla gente, ci sono solo due mezzi: internet e tv. E si deve spaccare.

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